Come Se

L'umore cupo delle bombe

 

di Sabrina Hilpisch

 

Una giornata calda si preannuncia alla mia mente appiccicosa. Mi alzo a stento e lego i capelli che una timidezza mista a vanità vogliono già lunghi. Sento dentro di me il presagio di una giornata cupa e avara di emozioni. Infatti le mie parole sono misurate e sottili. Perfino i gatti annunciano la loro fame senza insistenza e attendono, pazienti: oggi non è il caso di insistere.
Sorseggio a occhi chiusi la colazione, sperando che il ghiaccio, dentro, possa iniziare a gocciolare, rilassandomi.

 

Mia figlia si sveglia: mi ricorda la lezione di tennis. L’irritazione sale. La parola tennis mi crea disagio. Lascia affiorare dentro di me, in tutta la sua pienezza, la superficialità, l’ipocrisia, la banalità del benessere che mi circonda.
I campi non sono lontani da casa: una piccola coscienza ecologica mi invita a usare la bicicletta.
Mia figlia mi pedala intorno, felice. Io ho la testa circondata da domande. E’ come se il rumore cupo delle bombe sul Libano arrivasse alle mie orecchie. Quanti ne sono morti questa notte? Quanti potranno uscire questa mattina dalle loro abitazioni semi distrutte? Perché invece mia figlia può andarsene in bicicletta spensierata, pregustandosi una lezione di tennis?

Arriviamo. Consegno mia figlia alla maestra, sempre con poche parole. Saluto le mamme dei compagni. Una se ne va a spasso con il cane. L’altra prende il cellulare e digita. (ancora non capisco come faccia a non schiacciare due tasti alla volta, con quelle unghie che sembrano spatole). Finalmente riesco a pormi una domanda occidentale! Ma finisce subito, questo incanto.

Ripiombo nel mio stato di cupo silenzio e sconcerto ascoltando la conversazione telefonica: ti trovi bene? certo, all’inizio danno un po’ fastidio, sono grosse, ma poi ti abitui. Hai fatto la “french” anche ai piedi?

 
 

Inorridita guardo la telefonista che mi sta di fronte: sta parlando di unghie!!!
Slego i capelli, forse per incutere più terrore nel mio sguardo o forse per nascondere una parte del mio viso, cupo e sgomento.

 
 

Inorridita guardo la telefonista che mi sta di fronte:
Dentro di me si materializzano immagini di terrore e bisogno di aiuto. Mani senza unghie si tendono verso di me. Barcollo sulla panchina come se una piccola bomba mi forse scoppiata accanto. La donna chiude il cellulare, facendo crollare il mio equilibrio già molto precario.
Arriva la cameriera. La guardo e non la vedo. Bere qualcosa? Mah non saprei... forse un bicchiere d’acqua del rubinetto. Oppure, se ce l’avete, qualcosa che mi faccia sparire.
 

 
L'immagine "Titanica" è di SC per Rcs 2006
agosto 2006

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