di Simona Conca

TEMPO:NON RIDERE Come se Terminal


"Sei strana". Mia figlia lo dice mentre riavvolgo la musicassetta per riascoltare una canzone.
"Strana come?!".
Stop. Play. Non ridere, non ridere se mi vedi che mi scappa il piede e scivolo...
"Strana. La sai a memoria e la rimetti. Non canta nemmeno bene, è lento".
Ho perso un pezzo mentre ascoltavo quanto e come fossi strana.
Stop. Rew. Stop. Play. ...un mio ritmo di passione e di tentazione avrei...
La voce fumosa non ti carezza, è vero, tuttalpiù ti scartavetra l’anima, a me almeno accade così e non so come, in un attimo sono in una notte umida di una città qualsiasi, a camminare sulla pavimentazione lucida di neon e ad ascoltare una fisarmonica lontana. A vedere da lontano la vita.
Però non è lento. Tutto, ma che Paolo Conte sia lento...
"Strascica un pochino, come un aratro che traccia un solco, capito?"
"Sembra ubriaco".
"Ah".
...Siamo angeli stregati da infinita allegria...
Incapace di spiegare, in modo che i suoi otto anni possano capire, mi immergo ancora di più nella mia stranezza e le chiedo solo di tollerarla.

Non è sempre così, a volte cerco di parlare con lei ma il suo cervello funziona ad impulsi velocissimi, mi fa domande con l’"invio" al posto del punto interrogativo, e pretende risposte a 800kb di velocità.
Io di solito chiedo tempo, lei non concede. E’ già passata ad altro.

Possedere il tempo, 
almeno il mio, 
illudermi che sia 
l’unico tempo esistente 
e decidere a quale ritmo 
debba scorrere 
diventa sempre 
più difficile.

Istituto Tecnico per geometri, 1984, interrogazione di chimica.
Sono sulla predella, di fronte alla prof.: acidi, basi, tutte domande che prevedono una ed una sola risposta, cioè o la sai o non la sai, non è che puoi dirlo con parole tue, eppure ricordo perfettamente che mi ripeteva "rifletti prima di rispondere". Non ricordo quasi nulla della chimica studiata, non saprei risolvere quelle cose stechiometriche (la parola si è fissata come un suono astratto, vuoto di significato) eppure l’esortazione al pensare prima di parlare mi ha formata.

Riflettere, perché la risposta è una parola spesa, che si deve onorare.
Forse non sarà e non potrà essere la Verità, ma mentre la dici ed in quel luogo, rappresenta il sapere che si sta tentando di condividere.
Riflettere,anche,eventualmente,per confutare, riflettere per rispetto alla domanda ed a chi la fa…

Pensavo non ci fosse nulla che mi facesse sentire fuori moda come il confronto con mia figlia, che quando dico "figo" mi dice che si pronuncia con la "c" (che nel loro alfabeto non è più la nostra "ci", si dice proprio "c" dura, come la "k") e si scrive "fiko", ubi maior…
E invece sono riuscita a sentirmi anche peggio.

Estate 2003. Test psicoattitudinale per concorso. Aula bunker della Bicocca, scatolone di cemento a vista anche da dentro, ore di attesa, sprezzo del mio tempo, asservito a quello dell'Università, pizzo aggiuntivo a quello delle tasse.
Nelle indicazioni che mi vengono date per la compilazione del test psicoattitudinale (non l'hanno dato un premio a chi l'ha inventato!?) c’è, intesa come valore, la velocità nella risposta. L’assoluta assenza di riflessione abbinata ad un altrettanto rapido calcolo di convenienza e ad un po' di fortuna, permette di riuscire anche con una preparazione scadente.
Non importa davvero che tu sappia se la seconda guerra mondiale è di questo millennio, se ci ha riguardato o se era nella play station2, se hai tratti sufficientemente autistici per risolvere i giochini tipo "trova l’oggetto nascosto" passi l’esame.
Rispondere evitando di perdere tempo a pensare.

Questa faccenda mi risulta quasi incomprensibile, sarà perché ho speso tante notti e tanti giorni, a discutere animatamente delle cose che mi accadevano, con l’obiettivo prioritario della discussione.

Fossato, estate 1983. Il bar che chiude, la solita discussione per restituire le bottiglie di birra "che se no le buttate tutte nel fossato e poi chi deve pulire e bla e bla…", il resto non lo conosco perché eravamo già fuori dalla porta. Ci incamminavamo, chi già barcollante, verso un fossato le cui sponde accoglievano il nostro desiderio di "spazio autonomo, discreto, separato".
Ci sedevamo ed aveva inizio la discussione.
Come facessimo a trovarne di tanto numerose e dove trovassimo l’entusiasmo e la voglia di stare nell’erba umida a parlare per delle ore, oggi quasi non me lo spiego più. Ma era la discussione per la discussione, su quanto fosse bello poterla fare e poterla fare lì e poter spiegare e chiedere.
Non si arrivava alla soluzione, non era proprio previsto, si rivoltava il tema, lo si guardava da tutti i punti di vista, si rideva di noi anche e le parole fluivano sicure, con la loro bella via di fuga pronta a fianco perché che i "verba volant" lo sanno tutti e, o perchè non ti sei spiegato o perchè non ti hanno capito, puoi sempre correggere, rifare… E poi il "ci ho riflettuto…" e ancora il "ci hai pensato bene?" e il "pensandoci bene hai ragione…" e "ma non hai visto che mentre lo dicevo ridevo?!".

Pensare, riflettere,
ripensare.
Il tempo racchiuso,
il tempo posseduto.

Leggo la posta elettronica, i messaggi dei più giovani sono quantomeno difficoltosi per me, che sono rimasta a "tivibbì": "ch" è "k", senza motivazioni ideologiche, e con kossiga stanno kakka, fiko, ekko e non so nemmeno se chi mi scrive ride mentre lo fa o se è serio. 

L'unico tempo che ho per pensarci e' quello concesso dal pc alla domanda
"sei sicuro di voler cancellare questi messaggi?".


ottobre '05

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