La gonna

di Flavio Ruggieri

Camminava a passo svelto nel cortile, il prurito alla coscia ricordava, ad ogni tocco della veste, che la depilazione era stata imperfetta. L’orlo della gonna sventolava ad una lieve brezza.
Ma c’era il sole. L’aveva sentito sul viso non appena richiusa la porta.
Forse aveva esagerato? No, andava chiusa quella porta, forse addirittura sbattuta.
Lui si che aveva esagerato!
Sentiva fremere dentro le parole che non aveva detto, cercò inutilmente una sigaretta nella borsa, ricordò di averle lasciate sul tavolo, imprecò non potendo tornare a prenderle, che certo lui era ancora là, seduto in attesa.
Eppure all’inizio sembrava andare tutto bene, si erano intesi. Guardati ed intesi. Sembrava.
Poi lui era cambiato, quasi all’improvviso, aveva cominciato ad avere delle fidanzate, a stare fuori molte ore ma soprattutto aveva cominciato a tirare fuori vecchie storie, fantasmi per lo più, rivendicazioni forse. “La storia insegna, l’esperienza insegna, bisogna andare avanti, ricostruire ma non dimenticare gli errori..”. Balle! L’aveva lasciato dire, se lo faceva star meglio perchè no? Ma lui era andato avanti, troppo avanti.

Si sedette su una panchina in pieno sole  e si sistemò la gonna. Sentiva ancora prurito alla gamba, la prossima volta bisognava fare con la ceretta, non con la crema. All’idea dello strappo all’inguine, rabbrividì. L’abbronzatura del viso risplendeva, non mostrava la sua età, certo la gioventù era passata ma era rimasta una quasi bellezza, esaltata dai modi raffinati, i muscoli erano tonici ed allenati, gli occhi vivaci. Anche l’anello all’anulare splendeva, benché a tratti lo sentisse stringere il dito.

Aveva fatto quel che doveva che diamine! Che si arrangiasse d’ora in poi. Tra pochi giorni sarebbe stato tutto dimenticato, sperò.

Avevano davvero camminato insieme? O forse si erano trovati casualmente vicini, come accade sulle panche in chiesa, e non si era potuto fare altrimenti che condividere un momento, per quanto le loro menti fossero rimaste lontane?
Non sapeva.
Si passò una mano sul viso e sugli occhi, aspirò il pachuli dal polso, cercò di allontanare le immagini dagli occhi, stringendo la radice del naso tra pollice e medio.
Rintoccò il mezzogiorno. Il cortile era deserto, bagnato dal sole. Il fresco che saliva da sotto la gonna sulle gambe nude era piacevole e leggero.

Sentì risuonare passi lontani sotto l’androne, si voltò lentamente, come senza dare importanza. Non era lui, come in fondo aveva sperato. Era Antonio che si avvicinava quasi correndo, arrossato in volto e sudato. “E’ l’ora della Messa, la stavamo aspettando” disse smozzicando le parole.
Si alzò di malavoglia, “vengo”.
Entrò in sacrestia, indossò i paramenti e fece cenno ad Antonio di suonare la campanella.

L'immagine "Lagonna" è di Simona Conca per rcs 2006
giugno 2006

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