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Flavio Ruggieri |
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Sei e trenta: parcheggio. Il
cartello RIMOZIONE FORZATA sembra nascere direttamente dal cofano della mia
auto, tanto sono sotto. Parcheggio proprio di fronte all'ingresso. Proprio di fianco alla BMW del Professore.
La uno-grigia-di-seconda-mano entra con una certa fatica, sia per lo sterzo da
uno-grigia-di-seconda-mano, sia per il sonno
che mi appanna gli occhi, sia perché lo spazio è minimo, dato
che la BMW di traverso occupa un doppio divieto di sosta.
Scendo ed entro nell’atrio
fermo di neon e di silenzio, a parte il ronzio del distributore di caffé.
Ciao. Ciao. Rarefatto saluto
sottolineato dalle borse sotto gli occhi.
Indosso la divisa,
lo spogliatoio è ancora quasi vuoto, tra dieci minuti si riempirà di voci e
odori. Meglio fare prima.
In ascensore guardo i graffiti sulle pareti, incisioni a punta di forbice che conosco a memoria: “viva juve!”,
mi commuove sempre, poiché ingenuamente campeggia tra varie parti dell’anatomia femminile
(che dovrebbero vivere-dicono le scritte-e di cui dovrebbero essercene di più
per tutti), ed insulti a personaggi noti,
nome cognome e titolo. Vigliaccheria subordinata di carriere ascendenti solo in
ascensore.
Entro in cucina: Marco è appoggiato al davanzale della finestra, si gratta la
barba lunga delle ore di veglia e fuma l'ultima
o la prima chissà, Lella è seduta con il corpo ancora addormentato e mi saluta
con un cenno della testa.
I colleghi
del-turno-di-notte. Divisa stazzonata, capelli appiccicati, immersi nell’odore-del-turno-di-notte,
un misto di fumo, caffé, zampirone, disinfettante, erba bagnata. Attendono di
andare e poi di tornare, di poter dormire ma con questo caldo che già alle sette
c'è il sole chissà, attendono che questo caffé li risvegli ma il sonno di chi
arriva non aiuta.
"Facciamo presto le consegne -dice Marco- ch'a 'nni 'mpos più!"
Passaggio consegna,
seduti al tavolo di metallo imbullonato a terra, come quello delle celle in carcere: dormito,
sedato, urinato, trasfuso, prelevare, nulla da segnalare, agonico. Tutta
l’esperienza umana è lì sul tavolo, tra le tazze di caffé e lo zucchero che è caduto.
Prendo nota. Evidenzio: giallo,
rosso, blu. Tengo a mente, per non sbagliare. |
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Inizio. Raso le parti intime di
chi deve essere operato all’addome. Non ho tagliato mai nessuno, nemmeno un
graffio, non un lamento. Lo faccio da dieci giorni e sono diventato pratico. Non
so nulla delle persone cui tolgo il pelo, di cui cambio l’immagine, che si
guardano poi come se si vedessero per la prima volta “lì”.
Sposto, sollevo, giro
carne con attenzione.
La divisa è candida e stirata
con cura, sono gentile e sorrido, a volte trovo persone cui questo non sembra
interessare.
Ma io so che faccio bene il mio
lavoro, mai nessuno ha detto il contrario.
Quando ho finito, ai piedi del
lettino, l’alipack trabocca di carta e pelo. Fa una certa impressione la scatola
pelosa.
Rilevo pressioni e temperature.
Cortesia e precisione.
Scusi, posso, grazie, 38.5°C… Registro.
Sento il Professore che urla
nel corridoio, chiedendo chi è “quella cretina che ha parcheggiato la UNO grigia
vicino alla mia e io non posso uscire!”. |
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Rilevo pressioni e temperature.
Cortesia e precisione.
Non devono rimanere segni sul braccio quando si toglie lo
sfigmomanometro.
Il fonendoscopio nelle orecchie mi fa arrivare solo un attutito
seguito “…chiunque sia la cretina, ha cinque minuti per spostarla!”. Beata
certezza sul sesso dell’automobilista ed anche sul ruolo compatibile al titolo
di cretina urlato in corridoio!
Cortesia e precisione.
Disinfetto i termometri dopo averli usati. La concentrazione del disinfettante è
importante, altrimenti non è efficace.
Precisione.
Cammino nel corridoio con gli
zoccoli nuovi: la calza scivola sul legno e mi dà l’aria di uno che stia facendo
sci di fondo. Non guardo male chi ride.
Cortesia.
Faccio pausa finito il giro, mi
siedo sulla poltrona e bevo il caffé. Sento in sottofondo l'AFD che chiede
di chi è la UNO grigia, che lei è stufa, che le facciamo perdere tempo…
Mi alzo, e prendo le chiavi dell’auto dalla tasca e mi dirigo verso l’uscita.
Sulla porta incontro il
Professore che, non avendo il dono della metafora, tuona “è lei quello della
macchina? Un uomo? Dove cazzo è stato fino ad ora? IO stavo aspettando
lei ???”. Si sente tutto il formato delle
lettere.
Gli faccio cenno di avvicinare l’orecchio alla mia bocca e sussurro
vaffanculo, stronzo!
Cortesia.
Lo sento afferrarmi la spalla e
scuotermi e sento quella sua strana voce… “oh, oh, Ale, ma che fai dormi?!?”
…così strana non l’avevo sentita mai! Nemmeno con i capelli biondi l’avevo visto
mai.
E mai lo vedrò.
Vedo invece da
vicino la faccia dell'OTA che mi sveglia e borbotta che mandano qui, dove
c’è da lavorare, dei bambini addormentati a fare gli allievi infermieri.
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luglio 05 |
L'immagine "Precisione e cortesia" è
di S. Sardiello, giugno 2005 per RCS
Nota: Ogni riferimento a fatti o persone, che non siano quelli che si
riconoscono direttamente in questo racconto, che possono dire "io c'ero in
quel sogno", è
puramente casuale. F.Ruggieri |
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