NEPPURE UN BACIO VERO

 


Almeno un bacio vero - sc2005 - Rcs

“Sei malato. Mi dicono solo che sono malato. Io chiedo, chiedo, come mi dite voi, chiedo sempre, tutte le mattine in cui vedo il dottore. Quante mattine ancora dobbiamo fare ‘sto teatro eh? Eh Maria? Mi rispondi? Quante mattine ancora ‘sta minchiata?...”

Vedo lui per primo, parla al telefono con la moglie Maria, le chiede con forte accento siciliano, quanto ancora deve andare avanti a chiedere, ad implorare. E’ basso, grasso, si passa il fazzoletto sulla fronte lucida ed ampia e sulle labbra arse. Nel corridoio dove c’è il telefono pubblico la sua voce rimbomba. Il mio sguardo si incanta su di lui. Non so ancora che questa telefonata la ascolterò e riascolterò, ancora ed ancora…Sempre uguale, nelle parole e nei toni, ogni mattina, per due anni. Ma oggi che lo sento per la prima volta, Ettore mi fa pena e mi spaventa. Mi fa pena perché quando dice “eh, Maria?” abbassa un po’ il tono e si sente la tristezza di questa domanda senza risposta, invadere tutto, come di un sasso buttato in un pozzo senza fondo e del tempo passato ad ascoltare il silenzio della caduta, dell’attesa del tonfo che non viene mai.
Mi spaventa perché penso che magari anche lui, come me, è qui per i giochi strani della vita. D’improvviso si volta “che minchia guardi ah?” mi urla e io scappo via.

Corro e non vedo nulla, sento solo le risate di qualcuno, stridule e violente.

 
 

Anche a me dicono che sono malata, come ad Ettore ma né io né lui ci ricordiamo bene quando abbiamo cominciato a stare male e come sia potuto accadere che ci ritroviamo qui a passeggiare, anzi a camminare, a correre, a contare i passi e le scanalature delle piastrelle, per ore ed ore. Ché per noi non c’è passeggiare, c’è tenersi dritti e non voltarsi quando ti senti chiamare, che poi magari ti volti e non c’è nessuno…

Quante volte da che sono qui, quando nelle sere d’inverno percorro l’atrio che mi porta alla chiesa, sento le parole di chi ha strisciato anni contro questi muri! Le sento sussurrare, le sento implorare, le sento vomitare bestemmie e bava di bestia e non mi volto, non mi volto mai.

 

Sono cresciuti gli alberi nei recinti, sono cresciuti troppo, chi l’avrebbe detto che sarebbero cresciuti così, assicutando l’aria.

Tutto è nel recinto, qui.

Tutto in un proprio recinto, anche i dottori, anche gli infermieri: nei recinti del lavoro, della vecchiaia, delle sigarette barattate con due labbra, di donna o di uomo o di bambino indifeso, appoggiate alla propria carne tumescente e poi putrida.

“Quante mattine ancora ‘sta minchiata?”…

Quante mattine ancora a chiedere “quando vado a casa?”. “Che casa? Che non hai casa, tu. Non hai niente, solo il tempo da contare”.

 

E voglio andare, che non ho tempo, voglio andare che se mi acchiappa la morte nemmeno un bacio vero ho fatto in tempo a rubare…

    di Simona e tanti altri
 
 

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