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Come se... fosse vivere |
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(Commiato
a quattro mani) "E’ una ruota che gira” pensava, seduto immobile nella sala d’aspetto ferroviaria. Si era stancato perché aveva camminato a lungo, sotto il sole.
di Ivan e Sara Sardiello |
Guardava intorno a sé le centinaia di persone che si
affrettavano ai binari, o che consultavano i cartelloni dei treni in
partenza e in arrivo. Altre invece parevano aver fatto di un angolino
il proprio tinello. Di ciascuno osservava l’abbigliamento, la postura, il viso, cercando di immaginarne età, carattere, professione. Quanto a lui, per chi si fosse preso la briga di osservarlo, era un uomo ormai in là con gli anni, piuttosto trasandato, robusto e quasi pelato, l’espressione triste che assume una intelligenza viva e sensibile quando per troppo tempo è costretta a scendere a patti, dopo aver tanto e vanamente lottato, con il “dentro” e con il “fuori”.
Per ora nessuno lo
cercava. Nessuno cercava ancora Ivan che, abbandonato sul sedile
consumato, pensava “è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una
ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota che gira, è una ruota
che gira…..”. |
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Guardava e guardava, lasciando che il tempo scorresse.
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Passavano i minuti, le ore.
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Una volta da bambino facevo tutti i giochi che faceva
anche lei: nascondino, le belle statuine, giochi proibiti, che poi era “il
dottore”. “Il dottore si ammalò”, “ambarabà cicì cocò tre civette sul comò”. Poi facevo il carbonaio, mi pitturavo tutto di nero con il carbone. Poi facevo lo stracciaio, che raccoglie i pezzi di ferro, le tolette, il ferro da buttare via, i cartoni. Il calzolaio, il ciabattino, il rompighiaccio con il pezzo di ghiaccio lungo: “chi vuole ghiaccio? Ghiaccio!”, da mettere nel frigorifero. |
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Poi il mulitta. Poi un piano, le ruote agli angoli e poi il manubrio sul davanti che manovrava a destra e sinistra, il ‘carelòt’. Il cerchione della bicicletta, e con un pezzo di ferro lo si faceva correre e noi dietro. Il pallone di pezza |
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“E’
scemo, il ragazzino è oligofrenico, stupido, imbecille”. |
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Poi un lavoro vero, ma nella testa un daffare non inferiore. Storie di complotti, intrighi politici, pedinamenti, intere fette della città che crollavano insieme a tanta solitudine, mai avuto una ragazza, un amore o almeno qualcosa di simile. Mai baciato nessuno nella vita. |
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Una
morsicata vuol dire che dice “tè, vedi che ci sono al mondo ancora anche se
non mi vedi, tramite gli altri?”. Quelli sono i genitori nostri, incarnati. |
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E
mentre i pensieri montavano, per via che i pensieri montavano, di nuovo
l’ospedale.
Sentì la
mancanza di una parola gentile, qualsiasi, non importava se frutto di un
affetto generato dalla leva di uno stipendio in cambio, un po' di calore,
una fiammella anche piccola. |
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“E’ una ruota che gira” pensava, seduta immobile nella sua stanza
la donna. Gli veniva anche da dondolarsi, ma riusciva a trattenersi perché
“non stava bene” per una donna della sua età. |
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Pensava e pensava, lasciando che il tempo scorresse. Era
abituata al tempo che passa, senza uno scopo preciso, un fine, un qualcosa
da fare, e che alla fine si accumula in una vertigine di giornate tutte
uguali, un eterno ‘oggi’ con poche tappe a scandire epoche diverse. Ormai era quasi notte, erano passate tante ore da quando, durante il suo turno di lavoro, Ivan aveva preso il cancello di nascosto. Chissà… Il telefono squillò, “lo hanno trovato!”, disse esultante la collega, “volevo dirtelo per non farti stare in pensiero”. Smise di pensare, con una serie di gesti tutti uguali si preparò per andare a dormire, spense la luce e rimase immobile nel letto. “Forse è ora che cambi lavoro”, si disse puntando la sveglia. Ultimamente pensava spesso al fatto che ormai era quasi vecchia, al tempo, al suo correre via, al suo tempo scappato via. “Era stata davvero giovane?”, si chiese. “Ma che vuole dire?"
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“E’ una ruota che gira, è una ruota che gira,
è una ruota che gira,
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(Le immagini sono frutto delle chimere di Simona Conca e Sara Sardiello) |
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| giugno 2004 |