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Come se |
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tsunami ed emergenze |
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In questi giorni abbiamo gli occhi pieni della
tragedia accaduta in Asia. C’è stato lo stupore iniziale, forse
accresciuto dal fatto che quello che era considerato un paradiso
naturale, sogno vacanziero per molti di noi, fosse stato distrutto
da un cataclisma spaventoso e improvviso. Poi le cifre circa i
deceduti ed i dispersi già molto alte, che via via andavano
aumentando raggiungendo proporzioni impensabili all’inizio.
Infine hanno cominciato ad affluire le immagini, che ora riempiono telegiornali,
dossier, speciali e carta stampata. Immagini spaventose nella loro cruda
semplicità, dato che provengono in prevalenza dalle web cam dei vacanzieri
occidentali. |
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Le onde che avanzano, mostruose, e travolgono tutto e tutti. Dopo,
lo sfacelo dei corpi dei vivi e dei morti, gli sguardi vacui di persone
disorientate. Le strutture, fino a poco prima ambita meta, distrutte. Ovunque,
galleggianti sull’acqua, le cose di uso comune improvvisamente diventate tristi
e grottesche, il lusso ed il superfluo occidentale fluttuanti insieme
a povere cose racimolate a fatica.
Infine, melma, pile di cadaveri arsi o sotterrati nelle fosse
comuni. Emergenze di ogni tipo, sanitarie, di soccorso, di
ricerca di eventuali dispersi sopravissuti, di generi di
sussistenza, ecologica. |

dipinto del pittore e
incisore giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849) |
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Emergenza anche per noi che guardiamo da casa,
da quelle case che avremmo volentieri abbandonato per essere in quei posti e che
ora invece ringraziamo di non aver voluto o potuto lasciare.
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Emergenza, perché ci si deve domandare come mai
non è stato possibile allertare in tempo utile le popolazioni ineressate. Perchè
la platea mondiale si è messa in moto e, insieme alla solidarietà di tanta
gente, subito altri hanno preso a mostrare il peggio con atti di sciacallaggio,
di raccolta fondi fasulla, di sparizione di bambini e adolescenti. |
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Perchè serve una riflessione intorno al modo di
rapportarsi agli altri nell'epoca della globalizzazione economica e culturale:
da una parte l'impulso ad aiutare, a fermarsi per un periodo di rispettosa
attesa che i morti siano stati sepolti, il territorio e le strutture
ricostruite, le ferite emotive in qualche modo rimarginate; dall'altra, la
voglia di vivere il proprio individualismo comunque ("non mi seccate, sono in
vacanza" e "da qui non si vede niente, è tutto a posto"), con i tour operator
che predicano di mettere da parte i "falsi moralismi" e partire, perchè questo
serve a quelle economie basate in larga parte sui flussi turistici (a volte non
esattamente limpidi e moralmente condivisibili). E serve anche alla nostra
economia. |
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Emergenza, infine, perché ci dobbiamo domandare
come mai, proprio per questa tragedia, si sta verificando questa straordinaria
mobilitazione di solidarietà, che vede impegnati i singoli stati, le
organizzazioni umanitarie ma anche milioni di privati cittadini di ogni parte
del mondo: forse anche perché, a differenza di tante altre catastrofi naturali rimaste “un
affare interno”, in questa sono rimasti coinvolti migliaia di turisti
occidentali? Perché prosegue incessantemente (e giustamente, del resto), un
bombardamento mediatico che costringe ad accorgersi che questo fatto è accaduto
e che serve fare qualcosa? |
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Siamo davvero così manovrabili? per cause giuste,
come stavolta, e magari così facilmente “distraibili” per altre emergenze cui non viene
dato lo stesso risalto? |
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Non so. |
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Vera de Riva
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gennaio 2005 |
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