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La carezza di Dio: Rwanda 1994

intervista di Elena Camesasca a Paolo de Vita

 

 

La carezza di Dio: Rwanda 1994 è il monologo teatrale di Paolo de Vita e Francesca Zanni sulla tragedia rwandese, ospitato al Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina nell'edizione del 2004.

 

 
     
 

Nel vostro lavoro -tratto dal libro di Daniele Scaglione "Istruzioni per un genocidio: Rwanda. Cronache di un massacro evitabile"- hai affrontato il ruolo di un uomo solo, Dallaire. Lasciato solo di fronte ad un dramma insostenibile. Ma sei riuscito a far risuonare in lui le voci e lo strazio di un milione di persone, e anche di tutte quelle che si sono salvate. E poi, ogni volta che hai un pubblico davanti, anche l'orrore di tutti quelli che incontrano più da vicino questa storia...

 
 

 

Dopo la lettura del libro di Daniele, è nata in me come una specie di necessità di evocare le memorie e ricomporle in una voce sola. l'urgenza ha spinto me e Francesca Zanni, coautrice del testo, a condensare in una sola persona tutte le voci che arrivavano a noi, per farne una specie di coscienza parlante che raccontasse e denunciasse la realtà delle cose. Senza dimenticare la semplicità economica che un monologo offre dal punto di vista produttivo: il genocidio del Rwanda non spinge certo i produttori ad accapigliarsi per avere l'esclusiva...
La reazione del pubblico è effettivamente, e "felicemente", sconcertante, perché chi assiste allo spettacolo viene costretto a spogliarsi delle sue difese e così, quando nella parte finale dello spettacolo, io giro tra gli astanti raccontando senza enfasi la quotidianità che l'orrore aveva assunto, si instaura una partecipazione emotiva, una specie di terapia di gruppo.

 
 

 

Hai scelto il punto di vista di Dallaire non solo perché limpido testimone di ciò che era stato sotterrato nelle menzogne e nelle censure dei media e dei governi francese, americano e della comunità internazionale e dell'ONU... Ma anche per riuscire a calartici dentro con verità. Hai detto che, nonostante la vertigine e la devastazione che ti ha provocato l'incontro con il libro di Daniele Scaglione e con la storia del genocidio rwandese, non riesci a comprendere, a condividere -nel senso più completo del termine- l'esperienza di quel dolore, perché resta comunque, al di là del sentimento di solidarietà umana e di profonda condanna, qualcosa che non ti e non ci appartiene in quanto occidentali...

 
 

 

Dallaire, che ho conosciuto ed abbracciato recentemente in Rwanda, era un soldato di ferro. Un militare dalla brillantissima carriera. Una testa quadra. Non fu un caso che fosse destinato a quella missione. Una volta arrivato in Rwanda, sicuro di risolvere tutto in meno di due anni, scopre il tradimento che l'Onu tramite la sua persona sta perpetrando nei confronti di una popolazione senza peso nel bilancio dei grandi sistemi economici. Il Rwanda era troppo lontano, troppo povero e tropppo nero perché gliene fregasse qualcosa a qualcuno. Dallaire subisce una doppia frattura interiore. Da una parte il suo credo nel rigore, nella morale e nell'etica dell'ONU viene devastato. Poi l'orrore a cui deve assistere - impossibilitato ad agire, bloccato senza uomini, senza armi e senza mezzi - spettatore di qualcosa che nemmeno la mente più folle potrebbe immaginare. La sindrome da peacekeeping lo assale, comincia a divorarlo per esplodere sette anni più tardi quando ormai è tornato in Canada. So per certo che moltissimi elementi delle forze di pace dislocate in Kosovo e Serbia hanno oggi questo problema. Anche alcuni volontari della Caritas mi hanno confermato di avere tra loro persone che ne sono affette. L'essere esposti alla visione di orrori che non si possono impedire, crea una ferita profonda. Io stesso nel recitare questo spettacolo non riesco ogni volta a non essere coinvolto. Non è facile arrivare alla fine a volte...
Sì in effetti non riesco a capire. Io racconto questa storia ma, soprattutto ora che sono stato in questo paese ancora meno riesco a credere che queste persone così affabili, così gentili, sorridenti, ospitali, possano avere partecipato a qualcosa di simile. Ma a conforto di questa mia incapacità, sono in compagnia dello stesso Dallaire, di giornalisti, operatori e soprattutto dei sopravvissuti che ho incontrato. Non si può credere. Sembra un incubo denso dal quale non ci si riesce a svegliare

 

 
 

Purtroppo, al di là delle volontà che hanno allontanato la percezione di ciò che succedeva, bisogna allora riconoscere che comunque ci sarebbe stato un sentimento di bassa partecipazione della nostra umanità occidentale in nome appunto di questa distanza e alterità?

 
 
 

La guerra fuori casa nostra ci lascia indifferenti. Ma soprattutto lascia indifferenti quei paesi che in casa la guerra non l'hanno mai avuta. Pensiamo all'America che, dopo i fatti dell'11 settembre, si scoprì improvvisamente vulnerabile. Non conoscevano gli americani le sirene, il caos, la polvere i calcinacci in pieno centro, l'odore che la morte produce quando inghiotte di colpo centinaia di persone.
Molti americani allora non sapevano che quell'odore di morte loro lo avevano portato in giro per il mondo in tutti questi anni, in nome di un "ordine" mondiale. Perché il destino degli altri, fin quando non bussa alla porta della nostra casa, ci appare distante come una fiction che gustiamo la sera sul divano. Siamo pieni d'immagini dell'olocausto, delle torri gemelle, dei Gulag. Libri, film, dibattiti, lapidi, commemorazioni, fanfare discorsi e corone di fiori. Il Rwanda appena qualcuno sa dove sia. Sentiamo almeno sei notizie di morti al giono, fra radio , giornali e tv. La morte ci appartiene ormai come il meteo e la pubblicità. E' un grigio corollario del quotidiano, una ovvietà, un occhiello al nostro diario. La morte degli altri... figuriamoci...

 

 
 

Nel monologo ripercorri la genealogia del genocidio in tutti i suoi aspetti: a partire dalla creazione della sua possibilità con l'invenzione delle "etnie" Tutsi-Hutu...

 
 
 

Uno dei punti a cui Francesca Zanni ed io abbiamo sempre tenuto dopo la lettura del libro di Scaglione, è il tentativo dell'occidente di " coprire" il genocidio con un vestito tutto africano che riferisse di odii di faide tribali, di ragioni interne e tipiche del continente nero. E' stata questa nel tempo ed è tutt'ora per esempio la posizione della Francia che per anni ha sostenuto che le due etnie Hutu e Tutsi in fondo abbiano deciso di ammazzarsi fra loro per il tipico istinto che il nero ha, quasi fosse una "vocazione alla mattanza". La divisione tra etnie del 1932 voluta dal Belgio e sostenuta dalla Francia fu in realtà la bomba ad orologeria che l'occidente aveva innescato per seguire la mai tramontata logica del divide et impera che poteva garantire alle civiltà francoparlanti il controllo indeterminato di una zona dell'Africa importantissima per le sue risorse. Destabilizzare e fratturare una popolazione che da sempre venerava gli stessi dei, parlava la stessa lingua e soffriva la stessa fame fu lo strumento che venne usato: furono convocati in Rwanda una masnada di antropologi che misurando e controfirmando i loro rapporti individuarono nella misura dei nasi, nella prominenza del pomo di Adamo per gli uomini e smagliature cutanee lungo le cosce per le donne Tutsi, l'evidente disuguaglianza fisica e dunque culturale e quindi ragione di separare le razze.

 
 

 

Hai detto di essere rimasto impigliato nel libro di Scaglione e nella storia del Rwanda - come credo capiti in qualche modo a chiunque la incontri. Adesso stai cercando di informarti riguardo all'attualità delle derive di quel dramma negli stati vicini - soprattutto in Burundi? Per non trovarci solo post factum a raccontarci un nuovo disastro...

 

 

 

Si, lo dico anche nello spettacolo. Per i meno informati, la guerra che da otto anni devasta lo Zaire è figlia del genocidio, e dell'Operazione Tourquaise voluta dai francesi per proteggere i genocidari Hutu che fuggivano davanti al Fronte Patriottico Rwandese tutsi di Paul Kagame, attuale presidente del Rwanda. Una guerra mondiale africana è già in atto. Il massacro non si è mai fermato. Congo, Angola, Costa D'avorio, l'Africa è in continuo movimento: le risorse naturali  africane bramate dall'occidente, i capi di governo al soldo delle grandi potenze, la povertà, il debito verso la banca mondiale, la siccità, l'AIDS... sono gli eserciti che muovono le file delle guerre che i poveri, i negri, i disperati combattono anche in questo istante.

 

 
 

Sei appena tornato dal Rwanda dove hai portato il vostro lavoro. Qual'è stata la reazione del pubblico?

 

 
 

Una reazione non omogenea sicuramente. Una grossa parte del pubblico, erano studenti universitari, hanno vissuto il genocidio, sono sopravvissuti, sono orfani che hanno alle spalle storie di disperazione. Hanno visto con i propri occhi i loro genitori massacrati dallo zio, dal vicino, dal capo del villaggio. Vogliono che il genocidio non sia dimenticato. Sono increduli all'idea che un Italiano si sia preso la briga di perdere tempo per raccontare la loro storia. Ne sono emozionati, colpiti, inorgogliti. Un'altra parte sono quelli che al tempo del genocidio erano già fuori del paese, in Burundi, Tanzania, Uganda e che il genocidio non l'hanno vissuto e preferirebbero il ricordo fosse sepolto. A loro non interessa, non hanno perso nessuno e vorrebbero un Rwanda che guarda solo in avanti.

 

 
 

Mi aveva colpito, in molte delle testimonianze di cui esistono documenti, una certa particolare capacità di perdonare ai propri carnefici. Se l'hai riscontrata, è davvero così diffusa? E cosa credi possa significare?

 

 
 

Non sarei così ottimista. I Tutsi scampati al massacro hanno perso tutto e non è detto che riavranno mai quello che avevano prima. Quei rwandesi che erano fuori dal paese, erano a loro volta profughi degli eccidi del 59, del 73, del 91, e anche loro rivolevano quello che avevano perso allora. Esistono proprietà che sono da ripartire oggi tra 3- 4- 5 gruppi familiari. Chi si vide ammazzare o rubare gli armenti, che erano l'unica risorsa oggi non li riavrà. Gli assassini erano parenti conoscenti, zii. I traumatizzati dal genocidio sono un problema enorme del paese. Gli ospedali, i centri di rieducazione, i consultori per le vedove, le case degli orfani - e non dimentichiamo le carceri - traboccano di vite, esseri umani in cerca di una  ragione, di un perché. Perdonare vuol dire inevitabilmente farsene una ragione. Devo confessare che non penso affatto sia una cosa semplice. Il presidente, nel discorso fatto alla nazione nello stadio di Kigali, è tornato più volte sull'argomento "perdono".
Il Rwanda non può continuare a nutrirsi di odio, perché come mi dicevano persone con cui chiacchieravo per strada, se è successo, può risuccedere...

 

 
 

Hai potuto confrontarti con la realtà delle udienze tradizionali - Gacaca - con le quali in Rwanda si cerca di fare giustizia raccogliendo testimonianze volontarie, e che costituiscono attualmente una delle forme giuridiche per analizzare i crimini del genocidio? Credi possano funzionare anche da meccanismo psicologico di coinvolgimento del popolo per aiutarlo a esorcizzare l'incubo vissuto?

 

 
 

I Gacaca, tribunali che lo stato ha organizzato per dividere l'enorme lavoro che la giustizia non potrebbe smaltire nel giudicare le centinaia di migliaia di Hutu che parteciparono a vari livelli al genocidio, non sono visti di buon occhio da tutti. Ne parlano come di un male necessario. Specie le donne che nella più profonda vergogna delle violenze subite a quel tempo (500.000 casi di violenza sessuale) sono riuscite a non far sapere nulla della loro tristre esperienza ai figli, ai nuovi mariti ora non vorrebbero per nessuna ragione denunciare pubblicamente la violenza subita per far incolpare un hutu che viene giudicato. E allora sono pochi quelli che parlano, che testimoniano. Alcuni sono anche minacciati dalle famiglie degli imputati. Ciò non toglie che ancora oggi a seguito delle confessioni degli assassini, si scoprano nuove fosse comuni, nuovi cadaveri... E quindi nuovo dolore. Il Rwanda dopo dieci anni continua a seppellire i suoi morti.

 

 
 

Il buco che mangia tutto al quale si riferisce il tuo Dallaire nel suo farneticare, è un simbolo dell'oblio nel quale il mondo ha fatto sprofondare il Rwanda prima e dopo il consumarsi della tragedia?

 

 
 

Non direttamente. E' soprattutto il senso della folle ferocia che prende l'essere umano. L'istinto di sopraffazione, la violenza che prende corpo e che ingurgita tutto e tutti, il pozzo senza fondo nel quale la storia infila tutte le vittime della guerra: senza più nomi, senza lapidi, senza croci. Il buco, dice il testo, è una bocca che ha fame, e nella sua lucida follia Dallaire cerca di dare una forma fisica all'orrore...

 

 

 

settembre 2004

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