Come se


Cinema

 

 

 

Intervista ad Andrea Canetta

regista di

Le parole delle anime

      Elena Camesasca

 

 

 

Il 14° Festival del cinema africano, d'Asia e America latina ha dedicato una sezione al ricordo della tragedia rwandese, nel ricorrere del suo decimo anniversario. Il pubblico ha potuto confrontarsi con otto film e un monologo teatrale: evento inconsueto per un festival cinematografico, ma che ha portato l'intensità della partecipazione ad un livello altrettanto eccezionale.
Anche i film proposti sono stati talmente seguiti da causare problemi di gestione. In particolare si è dovuta replicare la proiezione di Le parole delle anime perché le persone interessate erano più del doppio dei posti disponibili. Segno del desiderio di penetrare la superficie -ancora- offuscata delle "notizie".
Abbiamo intervistato Andrea Canetta, regista svizzero-italiano del film che raccoglie testimonianze di sopravvissuti al massacro e altri documenti riguardanti le responsabilità dell'occidente, oltre a riproporre frammenti dello spettacolo teatrale Rwanda 94 che un gruppo di superstiti ha messo in scena a Ginevra come celebrazione della memoria e tentativo di superare, reinventandolo, il proprio strazio.

 
 

 

 
 

 

"Il tuo film si apre con una citazione di Godard: L'oblio del genocidio è parte del genocidio. Infatti, al tempo stesso, squarcia il velo dell'oblio -dando voce alle testimonianze dei sopravvissuti- e denuncia chi quel velo, opaco e pesante, lo ha steso: i governi occidentali, l'ONU, in contrasto con il grido di allarme e la richiesta d'aiuto da parte del paese e del generale Romeo Dallaire"

 
 


Foto da "Le parole delle anime" di Andrea Canetta, produzione Televisione Svizzera.

 

 
 

"Bisogna iniziare a parlare della rimozione attuata dai media: quelli che producono le "verità" di cui c'è bisogno perchè le cose non disturbino gli interessi dei poteri coinvolti. Il genocidio in Rwanda si preparava da un anno. Come la richiesta di aiuto del generale Dallaire, altre voci sono state sotterrate con l'approssimazione del conflitto etnico atavico e incomprensibile: nel quale dunque non aveva senso intervenire. La massa dei media fa scempio della complessità: costringe al bipolarismo. Bisognava trovare "i buoni" e "i cattivi" per poterne riferire: allora gruppi sociali -che etnie non sono- lo diventano, perché è troppo articolato descrivere la realtà. La definizione di etnia non è pertinente perché i gruppi sociali misti di Hutu, Tutsi e Twa parlavano da secoli la stessa lingua, condividevano cultura e religione -prima dell'evangelizzazione, cattolica e, in parte minoritaria, protestante.
Sullo sfondo persiste comunque la delicata questione della giustizia d'intervenire da parte dell'occidente -quando, secondo i nostri più radicati principi, si tratta di situazioni inaccettabili- senza cadere nell'arroganza d'imporre parametri nostri e funzionali all'espansione del modello socioeconomico vigente. Non detengo soluzioni, ma penso sia necessario preservare l'incolumità delle persone minacciate e a questo subordinare i nostri vantaggi. A proposito di censure, Kofi Annan ha fatto una dichiarazione di colpa, resa poco nota dai media. Riportata in un trafiletto del Corriere del Ticino, suona così: "La comunità internazionale è colpevole del peccato di omissione nel dramma rwandese". Recentemente è invece uscito, in francese, il libro di memorie scritto dal generale Dallaire che s'intitola J'ai serrè la main au diable".

 

 
 

"Le persone che testimoniano nell'allestimento teatrale, e coloro che sono rimasti ad accudire i corpi delle vittime nei luoghi del massacro, portano avanti una missione nel dar voce a quelle anime. Ma sono anche radicate in una dimensione religiosa, tipicamente africana, che ha con i defunti un rapporto vissuto. Nel cortometraggio proposto al Festival dalla tunisina Nadia Touijer, Le Refuge, un uomo abita in un cimitero dicendo di preferire la compagnia dei morti a quella dei vivi. Nessun rwandese esiterebbe a ridare la vita ai suoi cari, ma pare ricorra un sentimento di legame intenso con la morte".

Non posso affermare con certezza che nei tre "custodi" della Chiesa di Ntarama (ora memoriale del genocidio, dove furono uccide 5000 persone circa) sopravviva l'archetipo del culto degli antenati, posso però dire che è palpabile una spiritualità trasversale, quasi al di là di una religiosità culturalmente determinata..."

 

 
     
 

"In contrasto con il fare pragmatico dell'occidente, che agisce solo in base all'interesse si staglia l'immobilità apparentemente inconcludente del fare di chi, a tragedia consumata, resta ad abitare il luogo sacro del dolore. Il dialogo con le anime, il tentativo di reinventare la propria memoria straziata -anche attraverso un'opera teatrale- non ti pare facciano parte di quell'atteggiamento verso la vita che, per diverse culture africane, è molto somigliante ad un modo poetico -poietico- di intendere il fare?"

L'Africa è un paese dove la vita e la morte sono quotidianamente molto vicine. Mondo dello Spirito e mondo della carne si compenetrano laddove la tradizione non sia stata recisa: perché sradicarla per fortuna è molto difficile.
Ne sono la prova gli scritti di Patrice Malidoma Somé sulla cultura dei Dagara. Lo Spirito, il Grande Spirito, il Primo Creatore è poietico per necessità perchè la sua essenza è Amore. L'atto creativo spinto dall'amore basta a sé stesso. Ci sono donne in Rwanda che amano il figlio che hanno dato alla luce in seguito ad uno stupro. Donne che hanno raccolto attorno a sé orfani sconosciuti per dar loro calore e sussistenza nonostante la precarietà e la povertà. Per me sono esempi di poiesi esistenziale altissimi."

 

 
 

"Dal modo di raccontarsi dei sopravvissuti si coglie l'inconsistenza delle cosiddette "etnie": inventate dal colonizzatore belga, responsabile di aver creato le basi del massacro..."

"I colonizzatori belgi hanno prima di tutto distinto una minoranza della minoranza "Tutsi", definita in modo arbitrario, visto i matrimoni misti avvenuti nei secoli. Li hanno favoriti considerandoli meno rozzi perché, secondo retaggi eugenetici, considerati "razza superiore": con attitudini al comando, congeniali a un modello di esercizio del potere coloniale di tipo indiretto. La classe ora al potere era spinta ad uno stile di controllo della società tramite mezzi coercitivi tipici dell'epoca. In seguito al "vento della decolonizzazione" questa élite non si mostrava propensa a rimanere docile nei confronti di Belgi e missionari, i quali dunque spinsero alla rivolta quella che ora assumeva agli occhi dei loro interessi il ruolo di maggioranza oppressa: gli "Hutu". Fine anni '50 cominciarono i massacri non solo dell'antica élite ma di tutti i "Tutsi", odiati come categoria anche grazie alla carta d'identità."

 

 
 

"Approfondendo la genealogia del dramma avvenuto, non credi che il concetto stesso di genocidio -inteso letteralmente come progetto meccanico di eliminazione di una categoria o etnia umana- abbia potuto attecchire in Africa solo come conseguenza della colonizzazione occidentale? Sto pensando alle riflessioni che sul genocidio hanno fatto filosofi come Hannah Arendt o Günther Anders, secondo le quali diventa possibile in relazione all'affermarsi della tecnica e di una concezione lavorativa e imperialistica dell'esistenza..."

"Senza sottovalutare il fatto che da sempre sono esistiti razzismi interafricani e violenze di alcuni gruppi su altri, si può dire che nella zona rwandese le diverse componenti sociali convivevano in un equilibrio tra pastori e agricoltori, chi faceva parte del clan del re e via dicendo. Per la tradizione rwandese il parametro di riferimento d'identità è sempre stato il clan -struttura familiare allargata che spesso aveva mescolato Hutu, Tutsi e forse anche Twa- cacciatori raccoglitori nomadi o seminomadi: meno assimilabili alle famiglie stanziali. Il concetto di genocidio importato è l'idea di una razza superiore che si arroga il diritto di eliminarne una presupposta inferiore. il Mein Kampf venne tradotto in Kenya e Rwanda e sicuramente ha influenzato le tesi di gruppi razzisti e genocidi come l"hutu power". La propaganda, come traspare dalle parole di Pacifique -uno dei testimoni- aveva la funzione di fare un lavaggio del cervello alla popolazione per indurla alla violenza".

 

 
 

"Anche il concetto di perdono che si riscontra nelle testimonianze delle vittime è riconducibile alla colonizzazione religiosa, ovvero all'evangelizzazione, o credi che sia qualcosa di genuinamente africano, o di carattere irriducibile ad un sentimento religioso?"

"Credo si tratti di qualcosa che sta ad un livello superiore rispetto al sentimento di qualsiasi religione: è un sentimento di umanità che si trova disarmato di fronte a chi quell'umanità dimostra di aver smarrito. Come molti dei sopravvissuti dicono, non si trattava più di uomini, erano diventati come delle belve feroci. Non sapevano quello che stavano facendo. Chi come tanti rwandesi ha la pace nel cuore, soffre non solo per le vittime ma anche nel vedere fratelli del proprio stesso popolo avvelenati dall'odio, perché l'odio è una malattia dell'anima e va curata. Mi permetto di riprendere un concetto taoista: l'amore è il contenuto, la giustizia la forma."

 

 
 

"E dall'altra parte, se ti è capitato di venire a contatto con qualcuno di coloro che sono stati carnefici, hai trovato qualcosa di simile al cattolicissimo senso di colpa?"

"Intanto è giusto distinguere diversi livelli tra i protagonisti del massacro perché moltissime persone sono state indottrinate, c'è stato un capillare metodo di persuasione che si sarebbe compiuto il proprio dovere e il bene uccidendo gli oppressori. Le persone sono state costrette: l'alternativa era essere uccisi. Moltissimi bambini hanno compiuto azioni disumane. Si potrebbe forse fargliene una colpa? Così anche chi ha rilasciato dichiarazioni. Yolande (Yolande Mukagasana, autrice del libro La morte non mi ha voluta ndr) -che testimonia nel mio film- si è fatta raccontare da alcuni autori delle violenze. Ma loro stessi, dice, sono ora come spaesati di fronte ai crimini commessi. E' difficile imbattersi in confessioni di coloro che occupavano posti dirigenziali: i più realmente responsabili."

 

 
 

"Nella rappresentazione teatrale c'è una scena nella quale appare un "vescovo corvo" che benedice i carnefici e resta sordo alle implorazioni di aiuto delle vittime. Poi appare una madonna nera che porta la statua di un cristo nero. C'è in queste immagini un'esplicita condanna e presa di coscienza, da parte dei sopravvissuti, della corresponsabilità della chiesa nell'aver preparato il terreno all'odio oltre ad aver stravolto la spiritualità originaria. Ma potrebbe anche esserci quasi un'interpretazione della propria tragedia come espiazione della "colpa" di essersi lasciati traviare spiritualmente?"

Il "vescovo nero" è monsignor Perraudin, vescovo che ha salutato favorevolmente la cosiddetta "Rivoluzione Hutu" della fine anni '50, che ha dato inizio ai massacri e a 34 anni di regime razzista e genocida, sotto Kaybanda prima e Habyarimana dopo. Evidentemente nel linguaggio teatrale ha valore simbolico la raffigurazione del vescovo sotto le spoglie di un corvo gigantesco, animale che si nutre di cadaveri.
La seconda parte della domanda solleva una questione delicata perché può dar luogo a fraintendimenti soprattutto per una cultura impregnata di cattolicesimo come la nostra, ma anche per quanto riguarda i paesi che ruotano attorno all'Islam. Farò un esempio in altro ambito culturale. Nel libro intervista di Jean-Claude Carriére in cui è riportato un dialogo con il Dalai Lama, questi parla del cosiddetto "Karma di popolo". Carriére chiede come mai il popolo tibetano deve subire le vessazioni da parte del regime cinese. Il Dalai Lama risponde che il Tibet si stava distanziando eccessivamente dalla dimensione della carne. Insomma, il dolore, delle vittime e dei carnefici, deve servire a sprigionare la nostra compassione: condivisione e risposta concreta di amore disinteressato. Sono processi lunghi. Questo lento cammino evolutivo non è fatto solo di preghiera e meditazione, ma anche di redistribuzione delle ricchezze affinché ognuno possa essere in gradi di scegliere davvero. Naturalmente questo fatto non è disgiunto dalla rimessa in discussione del sistema di valori. Non ha senso aiutare una popolazione a risollevarsi con lo scopo di formare una nuova schiera di consumatori. Dagli africani noi potremmo imparare molto sul valore della frugalità, della convivialità e della spiritualità. Invece tutti i paesi formano un grande collegio di allievi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale che distribuiscono aiuti in base alle pagelle redatte da loro stessi. E' una situazione ricattatoria.
Il Rwanda è seduto negli ultimi banchi e cerca di avanzare. I più poveri sono i più ricattabili. Dov'è la compassione?

 

 
 

"Visto che tu sei regista di un film che smuove l'attenzione e la coscienza, ti sentiresti di consigliare cosa possiamo fare anche noi tutti da qui, ora, oltre a tenere viva la memoria nostra e degli altri?"

"La cosa più importante è abbandonare la faziosità nel nostro quotidiano. Leggere più libri e guardare la TV in modo molto selettivo e a piccole dosi. Diffidare delle notizie giorno per giorno e, a costo di apparire "obsoleti", allestite una bibliografia e usatela per approfondire una notizia. Un po' più di antropologia e un po' meno di economia per avvicinarsi alle cose. Non usiamo le realtà degli altri per ribadire il nostro essere di sinistra, o qualsivoglia altra cosa."

 
     
 

giugno 2004

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