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Marisa e (è) lo sbaglio |
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Questo non è un racconto, ma una
storia raccolta e trascritta da
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Giancarlo Resga
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Ciao mi chiamo Marisa,
naturalmente il nome potrebbe essere qualsiasi altro ma questo poco importa,
adesso ho 36 anni e lavoro come infermiera professionale presso un Policlinico.
La mia vita è cambiata da
circa 10 anni, cioè da quando ho saputo di essere sieropositiva.
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La mia vita è cambiata non
solo perché andavo incontro ad una malattia che lascia poco scampo, ma
soprattutto perché all’interno della struttura dove lavoro, si viene a sapere
tutto di tutti. Alla faccia della privacy.
Nella mia vita ho
sicuramente sbagliato qualcosa, ma… chi non sbaglia?Certe volte penso che se
avessi avuto un po’ più di fortuna (culo) adesso non sarei sottoposta a questa
specie di tortura
similstriscianterazzistamoralistasisalvichipuònonsonocazzimiei, forse, anche con ragione… Eh si, perché malgrado stia
male, sia dimagrita di 30kg, e le motivazioni alla vita siano ridotte al minimo,
mi sforzo comunque di mettermi nei panni degli altri, che devono collaborare con
me. |
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Devo dire che se non avessi
dietro le spalle questa esperienza molto probabilmente ci sarebbero momenti in
cui mi troverei schierata dalla stessa parte di chi adesso, con molta eleganza,
mi ghettizza.
Nel mio lavoro sono brava,
senza falsa modestia: ognuno di noi conosce le proprie capacità e sa misurarsi
con se stesso davanti alle difficoltà, per cui mi ritengo un ottima
professionista.
Nella mia vita ho avuto un
periodo di tossicodipendenza, intorno ai 20 anni.
E’ durato poco ma, molto
probabilmente, abbastanza: in quel periodo ho contratto il virus.
Nonostante tutto ho finito
gli studi e con l’aiuto di alcuni amici e la fine di un amore, riuscita ad
uscire da questa condizione. La fatica che ho fatto è difficile da descrivere,
perché è difficile descrivere il dolore che si prova e perché chi leggerà non
potrà mai capire lo sforzo attraverso una descrizione fatta di parole. Perché le
parole non sono fatte per descrivere una condizione umana portata alla deriva,
bisognerebbe avere davanti la persona che racconta e sentire tutte le sfumature
che usa per raccontarsi per cominciare a capire, e sottolineo per “cominciare” a
capire quella particolare condizione umana.
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A 22 anni ho finito gli
studi e i vari tirocini all’interno delle Cliniche.
Stavo bene, mi stavo
lasciando alle spalle una vita che, adesso, mi sembrava quella di un’altra
persona, che mi aveva costretta ad un ruolo che non avrei mai scelto di recitare
(col senno del poi….).
Le caposala che avevo
conosciuto mi avevano esplicitamente detto che se, finito il corso, avessi
voluto andare a lavorare nella loro Clinica, ci avrebbero messo una buona
parola. Questo mi ha fatto piacere, perché voleva dire che il mio lavoro e la
mia dedizione agli ammalati e alla professione, avevano lasciato una buona
impressione.
I primi problemi sono
iniziati dopo un anno che lavoravo. Fino ad allora nessun problema, andavo bene
con tutti, anzi quando i colleghi si trovavano di turno con me erano contenti.
Dopo il prelievo e la visita annuale per la 626, vengo informata dal medico
competente che devo rifare l’esame per l’HIV.
Spiegazione nessuna –
signorina lei deve rifare l’esame poi ne riparleremo- come se dovessi rifare un
esame per vedere se avevo la varicella.
Ho passato una giornata che
non auguro a nessuno.
La notte mi aiuta ad essere
meno negativa - ma no, dai, non sarà successo proprio a me, sarà un errore di
laboratorio, non è la prima volta che si fa rifare un esame, devo pensare
positivo non posso portarmi sfiga da me, aspettiamo gli esiti del secondo
prelievo prima di darci la zappa sui piedi-. |
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L’esame rifatto conferma la
mia sieropositività: inizia la procedura per evitare che il lavoro da me svolto
possa nuocere a qualcuno.
Mi domando, a chi possa
nuocere, se uso tutti i dispositivi di protezione individuale…
Comunque vengo spostata in
Ufficio Accettazione Ricoveri, per sicurezza, mi spiegano.
Il mio nuovo lavoro non mi
piace per niente, non ho studiato per essere una burocrate né tanto meno un
capro espiatorio per le lamentele della gente verso l’Ente.
Intanto nel reparto dove
lavoravo a tutti i dipendenti vengono rifatti gli esami del sangue.
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Comincia un atteggiamento di
distacco e allontanamento, da parte dei colleghi, nei miei confronti.
Cerco qualcuno con cui poter
condividere questo momento, per conoscere a cosa io stia andando incontro, e
come altri, prima di me, abbiano affrontato questo problema.
Cerco, perché nella Clinica
di Malattie Infettive a cui sono stata indirizzata, mi hanno spiegato tutto
dell’infezione, del suo decorso, della probabilità che io non contragga mai la
malattia, e di come continuare a fare una vita normale adottando delle
precauzioni per chi mi sta vicino, ma non mi hanno indicato nessuno con cui
parlare, per descrivere la condizione che sto vivendo e che non capisco.
Non capisco perché chi
lavora nello sportello accanto, il primo giorno mi abbia stentatamente salutato,
evitando accuratamente di stringermi la mano, l’AIDS non si trasmette per
contatto o no?!.
Da allora, durante le varie
feste passate, per me c’e’ stato sempre un bicchiere a parte ed un piattino a
parte, un saluto da lontano e gli auguri fatti dalla soglia della porta
d’uscita, la chiave di un bagno solo per me, un computer solo per me, la
stampante solo per me, tutto ciò che mi serviva in ufficio solo per me,
solopermesoloperme...
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Gli anni passano. A 26
cominciano i primi problemi: la malattia esordisce con una candidosi. Cominciano
le terapie e i farmaci da aggiungere a quelli che gia prendo.
Non sono in forma, inutile
nasconderlo, preferisco rinchiudermi in casa con i miei genitori che cercano di
aiutarmi ma non sanno da che parte cominciare. I consigli che mi danno, le cose
che mi dicono, mi sembrano parole vuote, senza senso e scontate.
Non mi accorgo che stanno
lottando con me e tutta la loro capacità e combattività sono solo per me.
È proprio vero non c’è
peggior cieco di chi non voglia vedere.
Tra alti e bassi riesco a
tornare a lavorare passa il tempo e la mia malattia si fa sentire con le sue
varie complicazioni e infezioni, cosa che mi costringe a lunghi periodi
d’assenza dal lavoro.
Sono stanca molto stanca.
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Che cosa m’impedisce di
farla finita? Perché continuo questa tortura? So che ho poche speranze di uscire
da questa condizione e mi chiedo perché continuo a lottare contro la malattia.
Forse per i miei genitori
che non mollano mai, forse per quei soccorritori dell’ambulanza, che mi hanno
già portato via in urgenza diverse volte e che non hanno avuto paura di me, pur
sapendo della malattia, forse per alcuni medici e infermieri che mi hanno
trattato come una persona e non come un’appestata, forse per la signora Luigina
che mi ha visto crescere e tutti i giorni mi viene a trovare e mi stringe forte
forte a lei baciandomi la fronte e dicendomi che se potesse darebbe i suoi anni
ancora da vivere per vedermi stare bene. Mi piace quando mi stringe al suo petto
e mi parla in dialetto con la sua voce vecchia e vera.
Tramite i pochissimi amici
che ancora mi frequentano, ho conosciuto una psicologa che segue un gruppo di
persone che hanno contratto l’AIDS. Ho cominciato a frequentare questo gruppo di
esclusi, perché così ormai mi vedo.
Mi chiedo ancora perché si
ha paura di me e perché io non posso continuare a fare il lavoro che mi piace.
La risposta amara è che gli
altri, se succede qualcosa, sono persone che possono sbagliare, io invece sono
lo sbaglio.
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febbraio 2005 |
disegni
di Sara Sardiello |
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