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Pioveva, era particolarmente
buio freddo quel dì di Gennaio, quando, avvolta in una coperta,
rannicchiata nella poltrona, con la mente vagavo tra i miei pensieri.
Fu li che l’incontrai.
Era pieno di tenerezza. Il
sorriso rassicurante impresso sul suo volto mi attraeva, quello sguardo aveva
per me un fascino particolare al quale non riuscivo a sottrarmi.
Senza fiato alcuno ci
intendevamo, perdendoci in lunghi discorsi spezzati da lievi e tenere carezze al
viso.
Era calorosa la sua presenza,
pronta a svanire al minimo rumore, come lo squillare del telefono o il suonare
di un clacson nella via.
A volte, quando tornava, c’era
con lui un bimbo che amava nascondersi tra le mie braccia e giocare con i miei
lunghi capelli fino ad addormentarsi abbracciato a me.
Al termine di ogni nostro
incontro tra le mani mi ritrovavo il pezzo di un puzzle in velluto rosso.
Il tempo trascorreva lieto in
loro compagnia a tal punto che non è mai stato necessario per me conoscere la
loro identità, come se già fosse conosciuta.
Ora ho completato il puzzle:
raffigura me stessa nella poltrona, racchiusa in una gabbia senza porte
d’accesso, con delle radici che escono fuori dalla stanza e dalla casa prima di
affondare nel terreno. So che non verranno più da me, ma ho la certezza che non
mi dimenticheranno mai. |
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