Come se    
     
 

Coscienza di classe

 

di  Sara Sardiello                         

Ottobre, una mattina presto. Addosso ancora l’incerto torpore che resta quando il sonno è interrotto, controvoglia, da una sveglia impietosa che costringe ad alzarsi, vestirsi, uscire per andare a guadagnarsi il pane.
Mezza età, l’età incerta a cavallo tra gli ultimi sprazzi della giovinezza, seppure protratta artificiosamente dai dettami della cultura occidentale, e le prime avvisaglie dell’inizio di una metamorfosi strutturale.
L’età inesorabile dei bilanci, a metà del cammino. Del confronto tra ciò che si era aspettato e quel che si è realizzato.

E se pure non si fosse aspettato niente in particolare, ma si fosse lasciata la vita scorrere secondo il corso naturale segnato dal proprio carattere, un resoconto si impone. Certe volte, una specie di resa dei conti.
La prima nebbia della stagione, con la promessa comunque di una giornata di quel sole pallido che rende ancora più malinconico il passaggio dall’estate all’autunno.

 

 

 
 

Ottobre. Un tempo, tanti anni fa, in ottobre iniziava la scuola elementare. Vaghi ricordi di strade colme di foglie secche (qui intorno una volta  era tutta campagna), camminando in mezzo ai mucchi per sentirle crocchiare.  Una cartella da portare a mano, con dentro due libri soltanto. Il sussidiario. I quaderni. La penna e il calamaio. Il grembiule nero con il colletto bianco, pulito e ben stirato. I ricordi della vacanza al mare, e di tutto il resto dell'’estate passata a giocare con la banda dei bambini del quartiere.
Per le strade odore di legna bruciata e di castagne, l'aria pungente che faceva presagire la neve che, più avanti, sarebbe caduta abbondante. Ora non nevica più.

   

 
     
 

In classe era una cosa seria, silenzio disciplina e obbedienza. Cantare l’inno nazionale tutte le mattine.
Adesso, camminare ancora in mezzo alle foglie secche per sentirle crocchiare senza più però la fiducia illimitata che possiede chi non ha ancora cognizione del futuro, ma solo il presente per il presente.
Ora del presente lei non capiva più niente. Dove sono andati  finire tutti quei buoni sentimenti, elementari appunto, preannunciati e inculcati dalle gesta di Enrico Toti, dalla mamma dei Gracchi, da Ettore Fieramosca? E il Libro Cuore? I grandi ideali tradotti nelle piccole cose?
E a seguire, tutti quei ragazzi e ragazze che sognavano la fantasia al potere, i fiori nei vostri cannoni e fare l’amore e non la guerra? E dopo, la solidarietà fra i lavoratori, una società più giusta, le
battaglie sindacali?

 
 

 

 
 

Con il cuore soffocato dallo stupore e dalla disillusione, andava al lavoro. Nella borsetta la lettera della messa in mobilità. In ditta avrebbe trovato i compagni e le compagne, anzi i colleghi e le colleghe, gli sguardi bassi che è meglio, e ognuno a pensare a sé, e meno male che è toccato a un altro.
Che fine ha fatto quel mondo? Non lo sapeva,  adesso del presente lei non capiva più niente.
Faceva un caldo innaturale, per essere ottobre.
Sul giornale niente di nuovo, c’era  ancora la foto del presidente con su la bandana
.

 
 

 

 
 

 
 

coscienza di classe?

 
 

 

 
 
     
 
     
     
Novembre 2004

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