15° FESTIVAL DEL CINEMA AFRICANO

D’ASIA E AMERICA LATINA

 
 


Milano, 14 - 20 Marzo 2005
                                                                       

 
 
recensioni  di Elena Camesasca                     
 

 

   

All'interno delle varie opere che si sono viste sugli schermi del Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina, giunto alla sua 15esima edizione, sono rimbalzati moltissimi temi: spesso ben conosciuti nel contesto - come la questione del rapporto con le origini e lo sradicamento, le problematiche legate alla condizione della donna, o dello sfruttamento minorile, l'ingiustizia sociale provocata dalle dinamiche dell'economia mondiale, la libertà... Ma tutto ciò può essere ricondotto ad una costruzione concettuale più alta e comprensiva, dentro alla quale ogni punto sembra rivelarsi leggibile alla luce di alcuni pensieri fondamentali.
Leggi scritte, doveri diritti e leggi non scritte, realtà e reinvenzione, menzogna e verità, vita e arte... banalità e bellezza. In tutto ciò la cifra comune, il criterio di valutazione, sembra essere proprio quell'organo ibrido, a metà tra il corpo e l'anima, che chiamiamo tutti quanti cuore. Il cuore degli uomini, che ha differenze in ciascuno -non solo dovute alla cultura- ma anche qualcosa che resta sempre profondamente uguale, universale.

   
   

Ed è così che anche si può forse risolvere l'intricatissima, e da sempre insolubile, questione del rapporto tra i diritti e le tradizioni, tra il rispetto dell'uomo e il rispetto delle differenze culturali... Nodo che appare già nitido e inequivocabile nel film che ha inaugurato il festival, Molaadé di Sembene Ousmane, il regista senegalese "padre" del cinema africano. Qui la pratica dell'escissione è al centro della storia che vede la strenue lotta di una donna, Collè, per opporsi alla tradizione ancestrale in nome della salvaguardia di bambine e ragazzine destinate a una devastante sofferenza fisica e psicologica. Poi, attraverso questo tema, il film diventa un film sull'Africa tutta, sulla sua identità complessa, che vede la compresenza di passato, presente, antichità modernità, tradizione, religione, globalizzazione, potere degli uomini e potere delle donne...

   
   

In quel quadro così ben descritto, con un dinamismo vivacissimo di forme e colori che mischia la splendida purezza degli abiti tradizionali alla sgargiante lucidità della molta plastica che fa capolino sul banchetto di Mercenaire: il portavoce dell'occidente; l'immagine sacra del tempio, quella magica del termitaio e quella pagana contaminatrice dell'antenna televisiva che si staglia sul cielo blu - ma solo quando il fumo delle radio mandate al rogo per allontanare il fantasma dell'occidente svanisce, come a dire appunto che il tentativo di eliminare uno qualunque degli ingredienti è un fallimento sicuro. E in questo intreccio, che vedremo ritornare -di volta in volta in combinazioni e dosi variate- in tutti gli altri film, l'unico punto di vista attraverso il quale può risolversi ogni tensione tragica, è proprio quello del cuore: del sentire una spinta profonda che obbliga al di là di tutto ad agire in un modo ben determinato. Quella spinta che aiuta Collè a resistere e a vincere la sua lotta, le altre donne a unirsi a lei, dal canto loro gli uomini e le sacerdotesse a comprendere, cambiando, oppure a mantenersi fermi sulle proprie posizioni.  Che rende ognuno degno di perdono rispetto a quel particolare delitto che compie o a quella regola che infrange. E allo stesso tempo autorizza le vittime a non perdonare. Proprio come nella tragedia greca, le contraddizioni restano sospese e pure ogni punto di vista risolve e giustifica la sua direzione. E il grande film di Ousmane sembra davvero una traduzione in chiave africana di quel genere che sta alle radici dell'occidente.
 

   
   

Così, in modo tragico appunto, è da interpretare quella sintesi di memoria e oblio che può coincidere con il tema del perdono, quasi onnipresente, e che nei film sul massacro rwandese solleva l'attualissima questione della riconciliazione. Sia in Sometimes in April, di Raoul Peck - ricostruzione storica che fa mirabilmente onore alla verità di quanto accaduto - che nella versione allusiva e fantastica trasformata in una specie di amara commedia, restituita da La nuit de là veritè, di Regina Fanta Nacrò, l'imperativo è quello che obbliga a non rimuovere la memoria e a sopportare il dolore del ricordare, ma come strumento necessario per superare, andare oltre, ricominciare a vivere. Dunque, in un certo senso, arrivare finalmente a poter dimenticare davvero. Il che forse potrebbe essere l'unico modo di riuscire appunto a perdonare: arrivando a comprendere la follia dell'altro, che in quello smarrimento di sé aveva una costrizione interiore ed esteriore per andare in quella disumana direzione. E questo accade nell'accettare il circolo tragico di morte e vita mettendo l'odio  sotto terra insieme ai propri morti - che vanno seppelliti insieme a quelli dei propri nemici - invece di lasciargli avvelenare il cuore: "casca il banano spunta la gemma", è il proverbio che viene citato dopo che il rito della sepoltura comune è compiuto.

   
   

Così come, in senso più generale,  la morte di qualcuno o qualcosa può diventare pure occasione di contatto con le proprie origini: quindi memoria, ritorno, ma per andare verso il futuro, per recuperare la vita che continua. Accade in Kalala, documentario di Mahamat Saleh Haroun, in cui il ricordo dell'amico defunto è filo conduttore di una serie di incontri vecchi e nuovi. E in Pour la nuit, di Isabelle Boni-Claverie, la cui protagonista -tornata a casa per la morte della madre, africana, mai del tutto accettata- perdendosi dentro alla notte ritrova infine un contatto profondo con le proprie radici e la propria identità. Ma anche nel documentario Algeriennes, di Djamel Sellani -secondo premio documentari africani- nel quale la resistenza e la lotta per l'indipendenza sono raccontate attraverso i terribili ricordi di tre donne combattenti: che a volte ricordano, altre non possono sopportare di ricordare. Eppure è necessario per poter proseguire a vivere. Anche se poi, quasi fuoricampo, qualcuno si chiede a cosa sia servito lottare da donne se ora la società sembra fatta solo di uomini...  E in Sur les traces de l'oubli, di Raja Amari, ritratto di Isabelle Eberhardt, amante dell'Africa e dei suoi deserti e del mare, scrittrice e viaggiatrice, che amava l'espressione "parlare col cuore": perché era lei stessa una persona che spesso preferiva agire e parlare col cuore piuttosto che con la testa.
 

   
   

E pure nel ritorno alla propria terra di The concrete revolution, documentario della cinese Xiaolu Guo, come contatto non solo fisico ma temporale col passato -ormai distrutto nelle megalopoli cinesi e ricoperto di cemento e deserto- che, per il giovane operaio del quale con affetto si racconta la storia, è un andare verso il futuro.
 

   
   


E al circolo appartiene pure la reinvenzione che forse è solo un altro modo di dire rinascere. Così come solo tragicamente si può perdonare davvero, è nel cuore che risiede la possibilità concreta di sentire la bellezza e di crearla, anche come espediente per superare lo strazio. Tornando a La nuit de là veritè, infatti, alcune persone dipingono un murales che interpreta artisticamente le scene del massacro. Del resto è questo film stesso, come si diceva, una traduzione artistica di un dramma che è stato reale. E quanto sia necessario trovare quella possibilità è ribadito, in termini più aderenti alla cronaca e alla testimonianza, nel video Rwanda, on dit... la famille qui ne parle pas meurt di Anne Aghion, dove la difficoltà estrema di trovarne il coraggio e la forza non concede di rinunciare,  perché il ritorno dei colpevoli assolti costringe alla convivenza.
 

   
   


Ma anche nel sudafricano Forgiveness, di Ian Gabriel, nel contesto dei soprusi compiuti durante l'apartheid, il perdono è incarnato tragicamente nel bisogno di ricordare per sorpassare, rinascere: anche se in questo caso - forse per un inconscio desiderio del protagonista, ex poliziotto assassino, di essere punito più che perdonato - la rinascita dovrà avvenire attraverso la propria stessa morte.
In Nazra Lel Sama (Uno sguardo verso il cielo) dell'egiziana Kamla Abou Zikri -che ha vinto il secondo premio del concorso cortometraggi africani- il tema del perdono si lega più direttamente a una dimensione religiosa. E lo spergiuro della giovane protagonista sul Corano, cui si vede costretta per salvarsi dalle accuse dello zio che avendola sorpresa mano nella mano col suo fidanzato si sente autorizzato ad aggredirla con violenza, non rappresenta certo nulla di male soprattutto in confronto alla brutalità crudele dell'uomo. Cosicché la verità della sua preghiera, che è un reale dialogo col cielo, e l'intensità della sua richiesta di perdono, valgono a condurla trionfale verso la fine della storia quando il suo viso illuminato dal sole non può nascondere il germogliare di un sorriso alla notizia che lo zio è ricoverato all'ospedale in seguito a un grave incidente procuratosi durante un litigio... Qui dunque è, ancora, l'affermarsi delle leggi non scritte su quelle scritte, nel conflitto tragico tra il cuore e le regole della dottrina religiosa.

   
   

Come certamente è infrangendo il dettato della sua tradizione che, una delle due donne messe a confronto in un taxi -in Au-delà du temps, di Jean-Chris Semutakirwa e Serge Zeitoun- rappresentanti di due diverse generazioni, esce dalla gabbia nella quale è rinchiusa dall'obbligo di un matrimonio combinato. O meglio agisce appena in tempo prima di cadere in quella gabbia, e vive l'amore vero che presto dovrò abbandonare. Così per sempre, libera nel profondo, custodisce il suo segreto: perché quel figlio maschio che è l'orgoglio del suo odiato marito è in realtà il frutto di un sentimento vero, l'unico che lei abbia vissuto.
Ed è quasi filologicamente negli stessi termini della Medea di Euripide che il contrasto tra leggi scritte e non scritte si rintraccia in Lakpashta ham parvaz, (Le tartarughe possono volare) dell'iraniano Bahman Ghobadi -che ha ricevuto il premio del pubblico al Festival e una menzione speciale della giuria ufficiale- e in L'enfant endormi, di Jasmine Kassari, terzo premio ufficiale. Nel primo  -che narra l'attesa della guerra in un accampamento di rifugiati kurdi in Iraq, scandita al ritmo dell'illusione e dell'autodistruggersi rimettendo in circolo le mine inesplose e le carcasse delle bombe che quindi sembrano ricadere e scoppiare all'infinito- è davvero una Medea contemporanea la figura devastante della bambina-madre, il cui figlio è frutto della violenza subita e che arriverà a compiere il gesto disumano ma inevitabile dell'abbandonarlo, sacrificarlo, per essere libera di svanire da quell'inferno saltando nell'abisso di un volo che purtroppo non potrà essere nemmeno un sogno.

   
   

Mentre nella storia dell'immigrazione resa con prospettiva rovesciata, quella di chi sta ad aspettare invano il ritorno dei propri uomini appena sposati, diventano inconsapevolmente Medea le donne che "addormentano" il feto nel proprio ventre sperando che possa così risvegliarsi al ritorno del padre. Assassine soltanto per una logica scientifica che non può negare la follia di un gesto, che pure è rituale e misterioso, in se stesso compiuto con disarmante innocenza.
Con tutt'altro registro emotivo, in I love cinema, di Ossama Fawzi, esilarante commedia intrisa di temi politici ed etici, sono messi a confronto due concetti opposti di perdono: quello bigotto dell'integralista cattolico, che non la smette mai d'invocare Dio autocondannandosi per qualsiasi concessione di piacere e, in definitiva, di umanità, e quello della persona semplicemente buona, che ama e soffre nel profondo per il male che ha procurato.

   
   

Ed è qui che anche il tema dell'arte è trattato per quanto riguarda il suo rapporto conflittuale con le imposizioni e censure della religione. Il cinema, in particolare, è il demonio in persona! Ma anche la musica, e pure il disegno: se poi osa occuparsi del corpo nudo è già tutto uno sfrigolar di braci. Oltre all'arte è infatti ovviamente tutto quanto coinvolge l'aspetto carnale dell'esistere ad essere rimosso e condannato dando il via a quella scissione che sta alla base della cultura occidentale.

   
   


Ma se qui la componente del cattolicesimo è ritrovata all'interno della cultura egiziana come qualcosa d'importato dall'Occidente, in A Oriente di Gesù, di Andrea Canetta,  si va alla ricerca della parte rimossa della storia -pur se leggendaria- del simbolo fondante la religione cristiana e la cultura occidentale, proprio dalla parte opposta, nel mondo degli altri, introducendo il concetto di relazione tra le diverse forme religiose. E ritrovare quella radice potrebbe essere l'occasione per riconciliare una volta per tutte le separazioni e le superstizioni che ci portiamo dietro da duemila anni come se fossero ancora inevitabili. Basti su tutto un simbolo che compare in alcune immagini del documentario: la mela, che per noi rappresenta il peccato ed è, nelle culture orientali, simbolo della conoscenza e dell'esperienza. E questo simbolo compare anche in un momento cruciale di Okhotnik (Il cacciatore), di Serik Aprimov, del Kazakistan -che ha vinto il primo premio della giuria ufficiale- nel quale è presentato il percorso di maturazione di un ragazzino nella cornice mozzafiato delle montagne sconfinate di quel paese.

   
   

Sulle quali la vita dell'uomo è inestricabilmente intrecciata a quella della natura tutta e scorre in modo molto simile a quella degli animali: per la sua durezza, per la sua semplicità, per la sua mancanza di bisogno e di volontà di spiegare, per il suo coincidere con le pratiche nelle quali il corpo e lo spirito sono una cosa sola.
Ed è proprio qui, dove la componente soprannaturale sembra del tutto assente, che assurge al suo grado di maggiore purezza, che arriva a confondersi con una sensazione panica di fusione con il tutto, fede in una natura che assorbe la vita stessa degli uomini: che sono nel loro fare... il che si può rivoltare: il loro agire è già tutto compreso nell'immediatezza del loro essere. Sono uomini che sentono, col cuore: dunque con un corpo dentro al quale deve arrivare il calore di un'anima che respira -e quel continuo ribadire nel film il bisogno di scaldare il cuore col respiro ne è la conferma: c'è un riflesso estatico sul corpo, un riverberarsi in esso dell'anima attraverso la tecnica della respirazione - unica differenza che li distingue dagli animali.

   
   

Qui regna quell'apparente immobilità come della natura anche delle persone: che invece percorrono spazi enormi. Il che rimanda alle diverse situazioni presentate nei video di Arian Kaganoff tutti incentrati sul tema del movimento e dell'immobilità: laddove proprio a chi sembra più dinamico e veloce, come nelle scene delle metropoli frenetizzate dal progresso, ad un certo punto accade di andare all'indietro -la ripresa è riavvolta a ritroso- mentre l'immobilità o la lentezza -della natura e della sua contemplazione: di un panorama sul mare, dell'estasi di un abbraccio, della sospensione del sogno- porta visibilmente molto più lontano soprattutto in una dimensione di profondità, da ricercare dentro alla superficie.

   
   


E quell'immobilità è un pullulare panico di vita, dimensione dionisiaca che sta dentro all'illusione apollinea di una forma fissa. Eterno ritorno dell'identico: sintetizzato ne lI Cacciatore con il subentrare del ragazzino, cresciuto, nel ruolo del suo maestro e nel ripetersi di tutti i passaggi con i quali il suo percorso era incominciato. Nient'altro che la presenza eterna di quel tutto con il quale gli uomini si compenetrano esistendo.
Circolo inarrestabile che è il senso anche del cortometraggio premiato: Kare Kare Zvako (Il giorno della madre) di Tsitsi Dangarembga, nel quale la storia di un sacrificio umano sotto forma di musical chiarisce con semplicità come a volte quello che sembra una vendetta altro non sia che un tragico destino.

   
   


Eterno ritorno che è anche ovviamente la cifra delle opere nelle quali si mostra il diverso rapporto con la morte intrattenuto in tutte le culture non occidentali: come ad esempio in Shahre Khamooshan, (Una breve pace) cortometraggio dell'iraniana Ata Hayati, in cui la morte del corpo è vissuta come appunto qualcosa di tragico, inscindibile dalla vita, fonte di dolore ma anche occasione per far continuare la vita dei vivi: il cimitero è un parco nel quale si mangia si gioca, si amoreggia. E in nome di questo, prima di continuare a godersi la vita, la visione del corpo mentre viene preparato per la sepoltura non fa orrore, ma è anzi contemplata da dietro un apposito vetro.
E, tornando ai video raccolti nell'Omaggio a Kaganoff, nell'ultimo pezzo del regista sudafricano una donna africana incinta si ferma davanti a moltissime diverse chiese -recanti le insegne di tutte le più svariate confessioni cristiane- come a supplicare che si lasci nascere libero il suo bambino, che il suo futuro possa riattingere alle radici per aprire quel circolo di vero legame con la vita che in qualsiasi chiesa viene arrestato. Poi, di nuovo a proposito del divario tra il movimento interiore e quello che non porta da nessuna parte, un'ultima immagine: la scomposta e rumorosa predica di un prete in contrasto con l'immobilità del filosofo che scrive immerso in un silenzio surreale e imperturbabile.

   
   

C'è dunque un grande orizzonte che si traccia attraverso le varie opere e mette in continuità la religione, la fede e una concezione panica, ma che procede anche oltre arrivando alla magia: esibendo i modi, molto difformi, nei quali è vissuta dalle diverse culture e dalle diverse persone la dimensione dell'ineffabile.
E se c'è una magia che assomiglia a quel concetto di superstizione che appunto coincide con tanta religione, ce n'è un'altra più vera, che si alimenta nell'universale ricchezza dell'energia umana visibile in sfumatura nelle diverse pratiche culturalmente determinate.
Come in Saworoide di Thunde Kelani - nigeriano, compreso nella sezione retrospettiva sul fenomeno Nollywood - dove il rapporto tra il potere e il diritto del popolo, la menzogna per il sopruso e la verità, la magia nera e la fede, è interpretabile con la chiave che vede nel cuore il motore dell'azione. E questa volta le leggi scritte coincidono con l'autenticità, perché affondano le loro radici nella simbolicità di una leggenda posta a tutela di un rapporto giusto tra il potere e il popolo: sono sentite nel profondo come la cifra di un legame di fiducia. E invece la loro trasgressione da parte del sovrano rappresenta la caduta in una dimensione di falsità e di menzogna.

   
   

E nel documentario Sorcière, la vie di Monique Mbeka Phoba (Congo/Francia), ad un certo punto, la protagonista e narratrice, parlando del padre e dei suoi comportamenti eccentrici per un occidentale -"era bianco e colonizzatore, ma era anche il primo bianco a danzare in quel modo le danze rituali africane"- si chiede se certi poteri appartengano davvero solo agli africani o siano di chi li sappia trovare dentro al proprio cuore. E il fatto che quel potere si esprima per esempio nella danza torna a rivelarci come sia della stessa natura del potere di sentire e creare la bellezza.
E cosa c'è di più tragico dell'arte e tra le arti la danza e la musica?
Concetto molto chiaro, di nuovo, ne Il Cacciatore: dove il rapporto panico con il tutto coincide con la bellezza, e la meraviglia che scaturisce dai gesti degli uomini -perfetti come quelli degli animali- è già parente dell'arte. Il cacciatore dice al ragazzino che definisce bella una ragazza: "non dire sciocchezze! La vera bellezza non è una donna... la vera bellezza è una cosa fugace, che si vede con la coda dell'occhio: come le montagne o il cielo..."
Dunque mentre la dimensione tragica del cuore che proprio attraverso il suo essere medio tra spirito e corpo riporta all'unione ciò che è scisso -e che si è scisso per l'influenza dell'occidente- riporta all'unità anche tutto ciò che è della medesima natura: arte, bellezza, corpo anima, amore, sesso.
Molte sono le opere che hanno per soggetto forme d'arte: ritratti di ballerini, musicisti, pittori -Dancing wizard, di Caroline Kamya; nella sua originalità: Oscar,di Sergio Morkin; Brown di Kali Van der Merwe, primo premio documentari africani... Ma quella che in modo più didascalico tratta il tema della mediazione tra Oriente e Occidente è Zad Moultaka, di Laila Kilani -che si è meritata una menzione speciale e, per inciso, non è riuscita a venire in Italia per le ormai sempre più frequenti difficoltà di ottenere il visto- che traduce quello stesso concetto in termini musicali. Infatti, nell'elemento musicale del quarto di tono, il musicista protagonista del documentario, riscopre la traccia inconscia delle sue radici, dimenticata ma recuperabile -racconta di essersi messo a cantare senza accorgersi, mentre faceva la barba, in quarto di tono, perché gli apparteneva e soltanto lo aveva dimenticato. Quella piccola sfumatura trasversale, che sviluppa la melodia in modo orizzontale, come continua a spiegare il musicista, a differenza della musica occidentale che va in verticale, diventa il medio, il ponte tra le due culture, e il ricomporsi di ciò che la tradizione della scrittura musicale -ovvero quella occidentale: perché la musica araba non è mai scritta- ha tralasciato creando una scissione dentro al suono.

   
   

E in U-Carmen eKhayelitsha, del sudafricano Mark Dornford-May, si può cogliere quanto sia proprio attraverso la musica e il sentire l'ebbrezza della musica che si stabilisce carnalmente -nella traduzione reincarnazione della musica e dell'opera di Bizet nella lingua e nella cornice della township di CapeTown: Kaietlitscscha- la possibilità della comunicazione. Che qui avvicina e fonde Europa e Africa, Musica borghese e musica del ghetto: due prospettive diverse per incontrare il dionisiaco che esplode ugualmente attraverso qualsiasi musica piena di carne e sangue.
E proprio per la sua natura tragica l'arte è custode dell'unica verità cui possiamo credere senza cadere nella superstizione.
È Whisky, degli uruguayani Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll - secondo premio della giuria ufficiale - ad offrirci una traduzione del tema fin qui trattato, nei termini  espliciti di una visione tragica della verità. Il film, a dispetto delle sue tinte e atmosfere grigie e opprimenti, vorrebbe aprire a una possibilità di riscatto dalla banalità del reale, dentro ad una dimensione di verità tragica, appunto, che esiste sotto, o meglio dentro, la superficie dell'apparenza. La squallida vita sempre uguale del piccolo produttore di calze, costretto all'improvviso a fingersi felicemente sposato con quella che è solo la sua eterna aiutante per non sfigurare davanti al fratello che viene a trovarlo, non cambia in realtà. Tutto il grigiore rimane. Ma solo per lui. Certo per la donna qualcosa è differente: lei è il personaggio meglio riuscito. Ed è un personaggio tragico: gioca con la menzogna -si diverte a dire le parole al contrario- è suscettibile alla bellezza e all'arte. E, in generale, rappresenta proprio quella possibilità di far coincidere la finzione con la verità più vera. Soltanto lei è capace di vivere galleggiando in superficie e sentendo l'intensità di quella nuova condizione pur dentro alla fugacità del suo carattere illusorio.
 

   
   

Tragica verità che troviamo pure dentro alle immagini realissime del documentario A love apart, della tedesca Bettina Haasen, dove la preparazione ad un matrimonio con qualcuno che non si è scelto è seguita dalla regista entrando con estrema delicatezza nell'orizzonte d'intimità della futura sposa, le cui emozioni nel vivere la "recita" di quel rituale si percepiscono intensissime e vere nonostante quell'assoluta mancanza di sentimento d'amore.

   
   


E a noi ora, chi meglio dell'Africa e dell'Oriente tutto potrebbero ricordare questa profonda verità, che ci appartiene come a tutti gli uomini, ma che abbiamo troppo a lungo rinnegato e rimosso e di cui forse è davvero il momento di tornare ad impossessarsi. Perché, se il cuore è l'organo adatto per sentire il tragico, inevitabilmente ci si è raffreddato.
Così tornando al principio, il simbolo conclusivo di Mooladè può restare appeso alla nostra cornice come un'icona ambigua, che risolve lasciando in tensione, accettando il trascolorare tra le diverse dimensioni. Ricordandoci che quell'identità porosa, miscuglio di abissali distanze, riflesso del nostro mondo sull'Africa e l'Oriente, può fare da specchio ad un necessario modo di essere che invece, ormai, siamo noi a dover imparare di nuovo dagli altri.

   
     

tutti i fotogrammi sono tratti dal sito ufficiale del festival: www.festivalcinemaafricano.org

   
marzo 05        

 

   

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