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All'interno delle varie opere che si sono viste sugli schermi
del Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina, giunto alla sua
15esima edizione, sono rimbalzati moltissimi temi: spesso ben conosciuti nel
contesto - come la questione del rapporto con le origini e lo sradicamento, le
problematiche legate alla condizione della donna, o dello sfruttamento minorile,
l'ingiustizia sociale provocata dalle dinamiche dell'economia mondiale, la
libertà... Ma tutto ciò può essere ricondotto ad una costruzione concettuale più
alta e comprensiva, dentro alla quale ogni punto sembra rivelarsi leggibile alla
luce di alcuni pensieri fondamentali.
Leggi scritte, doveri diritti e leggi non scritte, realtà e reinvenzione,
menzogna e verità, vita e arte... banalità e bellezza. In tutto ciò la cifra
comune, il criterio di valutazione, sembra essere proprio quell'organo ibrido, a
metà tra il corpo e l'anima, che chiamiamo tutti quanti cuore. Il cuore
degli uomini, che ha differenze in ciascuno -non solo dovute alla cultura- ma
anche qualcosa che resta sempre profondamente uguale, universale. |
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Ed è così che anche si può forse risolvere l'intricatissima, e da sempre
insolubile, questione del rapporto tra i diritti e le tradizioni, tra il
rispetto dell'uomo e il rispetto delle differenze culturali... Nodo che appare
già nitido e inequivocabile nel film che ha inaugurato il festival, Molaadé
di Sembene Ousmane, il regista senegalese "padre" del cinema africano. Qui la
pratica dell'escissione è al centro della storia che vede la strenue lotta di
una donna, Collè, per opporsi alla tradizione ancestrale in nome della
salvaguardia di bambine e ragazzine destinate a una devastante sofferenza fisica
e psicologica. Poi, attraverso questo tema, il film diventa un film sull'Africa
tutta, sulla sua identità complessa, che vede la compresenza di passato,
presente, antichità modernità, tradizione, religione, globalizzazione, potere
degli uomini e potere delle donne... |
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In quel quadro così ben descritto, con un
dinamismo vivacissimo di forme e colori che mischia la splendida purezza degli
abiti tradizionali alla sgargiante lucidità della molta plastica che fa capolino
sul banchetto di Mercenaire: il portavoce dell'occidente; l'immagine sacra del
tempio, quella magica del termitaio e quella pagana contaminatrice dell'antenna
televisiva che si staglia sul cielo blu - ma solo quando il fumo delle radio
mandate al rogo per allontanare il fantasma dell'occidente svanisce, come a dire
appunto che il tentativo di eliminare uno qualunque degli ingredienti è un
fallimento sicuro. E in questo intreccio, che vedremo ritornare -di volta in
volta in combinazioni e dosi variate- in tutti gli altri film, l'unico punto di
vista attraverso il quale può risolversi ogni tensione tragica, è proprio quello
del cuore: del sentire una spinta profonda che obbliga al di là di tutto ad
agire in un modo ben determinato. Quella spinta che aiuta Collè a resistere e a
vincere la sua lotta, le altre donne a unirsi a lei, dal canto loro gli uomini e
le sacerdotesse a comprendere, cambiando, oppure a mantenersi fermi sulle
proprie posizioni. Che rende ognuno degno di perdono
rispetto a quel particolare delitto che compie o a quella regola che infrange.
E allo stesso tempo autorizza le vittime a non perdonare. Proprio come nella tragedia greca, le contraddizioni restano sospese e pure ogni
punto di vista risolve e giustifica la sua direzione. E il grande film di Ousmane sembra davvero una traduzione in chiave africana di quel genere che sta
alle radici dell'occidente.
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Così, in modo tragico appunto, è da interpretare quella sintesi di memoria e
oblio che può coincidere con il tema del perdono, quasi onnipresente, e che nei
film sul massacro rwandese solleva l'attualissima questione della
riconciliazione. Sia in Sometimes in April, di Raoul Peck -
ricostruzione storica che fa mirabilmente onore alla verità di quanto accaduto -
che nella versione allusiva e fantastica trasformata in una specie di amara
commedia, restituita da La nuit de là veritè, di Regina Fanta Nacrò,
l'imperativo è quello che obbliga a non rimuovere la memoria e a sopportare il
dolore del ricordare, ma come strumento necessario per superare, andare oltre,
ricominciare a vivere. Dunque, in un certo senso, arrivare finalmente a poter
dimenticare davvero. Il che forse potrebbe essere l'unico modo di riuscire
appunto a perdonare: arrivando a comprendere la follia dell'altro, che in quello
smarrimento di sé aveva una costrizione interiore ed esteriore per andare in
quella disumana direzione. E questo accade nell'accettare il circolo tragico di
morte e vita mettendo l'odio sotto terra insieme ai propri morti - che vanno
seppelliti insieme a quelli dei propri nemici - invece di lasciargli avvelenare
il cuore: "casca il banano spunta la gemma", è il proverbio che viene citato
dopo che il rito della sepoltura comune è compiuto. |
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Così come, in senso più generale, la morte di qualcuno o qualcosa può diventare
pure occasione di contatto con le proprie origini: quindi memoria, ritorno, ma
per andare verso il futuro, per recuperare la vita che continua. Accade in
Kalala, documentario di Mahamat Saleh Haroun, in cui il ricordo dell'amico
defunto è filo conduttore di una serie di incontri vecchi e nuovi. E in Pour la
nuit, di Isabelle Boni-Claverie, la cui protagonista -tornata a casa per
la morte della madre, africana, mai del tutto accettata- perdendosi
dentro alla notte ritrova infine un contatto profondo con le proprie
radici e la propria identità. Ma anche nel
documentario Algeriennes, di Djamel Sellani -secondo premio documentari
africani- nel quale la resistenza e la lotta per l'indipendenza sono raccontate
attraverso i terribili ricordi di tre donne combattenti: che a volte ricordano,
altre non possono sopportare di ricordare. Eppure è necessario per poter
proseguire a vivere. Anche se poi, quasi fuoricampo, qualcuno si chiede a cosa
sia servito lottare da donne se ora la società sembra fatta solo di uomini... E
in Sur les traces de l'oubli, di Raja Amari, ritratto di Isabelle
Eberhardt, amante dell'Africa e dei suoi deserti e del mare, scrittrice e
viaggiatrice, che amava l'espressione "parlare col cuore": perché era lei stessa
una persona che spesso preferiva agire e parlare col cuore piuttosto che con la
testa.
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E pure nel ritorno alla propria terra di The concrete revolution,
documentario della cinese Xiaolu Guo, come contatto non solo fisico ma temporale
col passato -ormai distrutto nelle megalopoli cinesi e ricoperto di cemento e
deserto- che, per il giovane operaio del quale con affetto si racconta la
storia, è un andare verso il futuro.
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E al circolo appartiene pure la reinvenzione che forse è solo un altro
modo di dire rinascere. Così come solo tragicamente si può perdonare
davvero, è nel cuore che risiede la possibilità concreta di sentire la bellezza
e di crearla, anche come espediente per superare lo strazio. Tornando a La
nuit de là veritè, infatti, alcune persone dipingono un murales che
interpreta artisticamente le scene del massacro. Del resto è questo film stesso,
come si diceva, una traduzione artistica di un dramma che è stato reale. E
quanto sia necessario trovare quella possibilità è ribadito, in termini più
aderenti alla cronaca e alla testimonianza, nel video Rwanda, on dit... la
famille qui ne parle pas meurt di Anne Aghion, dove la difficoltà estrema di trovarne il
coraggio e la forza non concede di rinunciare, perché il
ritorno dei colpevoli assolti costringe alla convivenza.
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Ma anche nel sudafricano Forgiveness, di Ian Gabriel, nel contesto dei
soprusi compiuti durante l'apartheid, il perdono è incarnato tragicamente nel
bisogno di ricordare per sorpassare, rinascere: anche se in questo caso - forse
per un inconscio desiderio del protagonista, ex poliziotto assassino, di essere
punito più che perdonato - la rinascita dovrà avvenire attraverso la propria
stessa morte.
In Nazra Lel Sama (Uno sguardo verso il cielo) dell'egiziana Kamla
Abou Zikri -che ha vinto il secondo premio del concorso cortometraggi africani-
il tema del perdono si lega più direttamente a una dimensione religiosa. E lo
spergiuro della giovane protagonista sul Corano, cui si vede costretta per
salvarsi dalle accuse dello zio che avendola sorpresa mano nella mano col suo
fidanzato si sente autorizzato ad aggredirla con violenza, non rappresenta certo
nulla di male soprattutto in confronto alla brutalità crudele dell'uomo.
Cosicché la verità della sua preghiera, che è un reale dialogo col cielo, e
l'intensità della sua richiesta di perdono, valgono a condurla trionfale verso
la fine della storia quando il suo viso illuminato dal sole non può nascondere
il germogliare di un sorriso alla notizia che lo zio è ricoverato all'ospedale
in seguito a un grave incidente procuratosi durante un litigio... Qui dunque è,
ancora, l'affermarsi delle leggi non scritte su quelle scritte, nel conflitto
tragico tra il cuore e le regole della dottrina religiosa.
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Come certamente è infrangendo il dettato della sua tradizione che, una delle due
donne messe a confronto in un taxi -in Au-delà du temps, di Jean-Chris
Semutakirwa e Serge Zeitoun- rappresentanti di due diverse generazioni, esce
dalla gabbia nella quale è rinchiusa dall'obbligo di un matrimonio combinato. O
meglio agisce appena in tempo prima di cadere in quella gabbia, e vive l'amore
vero che presto dovrò abbandonare. Così per sempre, libera nel profondo,
custodisce il suo segreto: perché quel figlio maschio che è l'orgoglio del suo
odiato marito è in realtà il frutto di un sentimento vero, l'unico che lei abbia
vissuto.
Ed è quasi filologicamente negli stessi termini della Medea di Euripide
che il contrasto tra leggi scritte e non scritte si rintraccia in Lakpashta
ham parvaz, (Le tartarughe possono volare) dell'iraniano Bahman
Ghobadi -che ha ricevuto il premio del pubblico al Festival e una menzione
speciale della giuria ufficiale- e in L'enfant endormi, di Jasmine
Kassari, terzo premio ufficiale. Nel primo -che narra l'attesa della guerra in
un accampamento di rifugiati kurdi in Iraq, scandita al ritmo dell'illusione e
dell'autodistruggersi rimettendo in circolo le mine inesplose e le carcasse
delle bombe che quindi sembrano ricadere e scoppiare all'infinito- è davvero una
Medea contemporanea la figura devastante della bambina-madre, il cui figlio è
frutto della violenza subita e che arriverà a compiere il gesto disumano ma
inevitabile dell'abbandonarlo, sacrificarlo, per essere libera di svanire da
quell'inferno saltando nell'abisso di un volo che purtroppo non potrà essere
nemmeno un sogno. |
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Mentre nella storia dell'immigrazione resa con prospettiva rovesciata, quella di
chi sta ad aspettare invano il ritorno dei propri uomini appena sposati,
diventano inconsapevolmente Medea le donne che "addormentano" il feto nel
proprio ventre sperando che possa così risvegliarsi al ritorno del padre.
Assassine soltanto per una logica scientifica che non può negare la follia di un
gesto, che pure è rituale e misterioso, in se stesso compiuto con disarmante
innocenza.
Con tutt'altro registro emotivo, in I love cinema, di Ossama Fawzi,
esilarante commedia intrisa di temi politici ed etici, sono messi a confronto
due concetti opposti di perdono: quello bigotto dell'integralista cattolico, che
non la smette mai d'invocare Dio autocondannandosi per qualsiasi concessione di
piacere e, in definitiva, di umanità, e quello della persona semplicemente
buona, che ama e soffre nel profondo per il male che ha procurato. |
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Ed è qui che anche il tema dell'arte è trattato per quanto riguarda il suo
rapporto conflittuale con le imposizioni e censure della religione. Il cinema,
in particolare, è il demonio in persona! Ma anche la musica, e pure il disegno:
se poi osa occuparsi del corpo nudo è già tutto uno sfrigolar di braci. Oltre
all'arte è infatti ovviamente tutto quanto coinvolge l'aspetto carnale
dell'esistere ad essere rimosso e condannato dando il via a quella scissione che
sta alla base della cultura occidentale. |
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Ma se qui la componente del cattolicesimo è ritrovata all'interno della cultura
egiziana come qualcosa d'importato dall'Occidente, in A Oriente di Gesù,
di Andrea Canetta, si va alla ricerca della parte rimossa della storia -pur se
leggendaria- del simbolo fondante la religione cristiana e la cultura
occidentale, proprio dalla parte opposta, nel mondo degli altri,
introducendo il concetto di relazione tra le diverse forme religiose. E
ritrovare quella radice potrebbe essere l'occasione per riconciliare una volta
per tutte le separazioni e le superstizioni che ci portiamo dietro da
duemila anni come se fossero ancora inevitabili. Basti su tutto un simbolo che
compare in alcune immagini del documentario: la mela, che per noi rappresenta il
peccato ed è, nelle culture orientali, simbolo della conoscenza e
dell'esperienza. E questo simbolo compare anche in un momento cruciale di
Okhotnik (Il cacciatore), di Serik Aprimov, del Kazakistan -che ha
vinto il primo premio della giuria ufficiale- nel quale è presentato il percorso
di maturazione di un ragazzino nella cornice mozzafiato delle montagne
sconfinate di quel paese. |
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Sulle quali la vita dell'uomo è inestricabilmente
intrecciata a quella della natura tutta e scorre in modo molto simile a
quella degli animali: per la sua durezza, per la sua semplicità, per la
sua mancanza di bisogno e di volontà di spiegare, per il suo coincidere
con le pratiche nelle quali il corpo e lo spirito sono una cosa sola.
Ed è proprio qui, dove la componente soprannaturale sembra del tutto
assente, che assurge al suo grado di maggiore purezza, che arriva a
confondersi con una sensazione panica di fusione con il tutto,
fede in una natura che assorbe la vita stessa degli uomini: che sono
nel loro fare... il che si può rivoltare: il loro agire è già
tutto compreso nell'immediatezza del loro essere. Sono uomini che
sentono, col cuore: dunque con un corpo dentro al quale deve
arrivare il calore di un'anima che respira -e quel continuo ribadire nel
film il bisogno di scaldare il cuore col respiro ne è la
conferma: c'è un riflesso estatico sul corpo, un riverberarsi in esso
dell'anima attraverso la tecnica della respirazione - unica differenza
che li distingue dagli animali. |
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Qui regna quell'apparente immobilità come della natura anche delle persone: che
invece percorrono spazi enormi. Il che rimanda alle diverse situazioni
presentate nei video di Arian Kaganoff tutti incentrati sul tema del movimento e
dell'immobilità: laddove proprio a chi sembra più dinamico e veloce, come nelle
scene delle metropoli frenetizzate dal progresso, ad un certo punto accade di
andare all'indietro -la ripresa è riavvolta a ritroso- mentre
l'immobilità o la lentezza -della natura e della sua contemplazione: di
un panorama sul mare, dell'estasi di un abbraccio, della sospensione del
sogno- porta visibilmente molto più lontano soprattutto in una
dimensione di profondità, da ricercare dentro alla superficie. |
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E quell'immobilità è un pullulare panico di vita,
dimensione dionisiaca che sta dentro all'illusione apollinea di
una forma fissa. Eterno ritorno dell'identico: sintetizzato ne lI
Cacciatore con il subentrare del ragazzino, cresciuto, nel ruolo del suo
maestro e nel ripetersi di tutti i passaggi con i quali il suo percorso era
incominciato. Nient'altro che la presenza eterna di quel tutto con il quale gli
uomini si compenetrano esistendo.
Circolo inarrestabile che è il senso anche del cortometraggio premiato: Kare
Kare Zvako (Il giorno della madre) di Tsitsi Dangarembga, nel quale la
storia di un sacrificio umano sotto forma di musical chiarisce con semplicità
come a volte quello che sembra una vendetta altro non sia che un tragico
destino.
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Eterno ritorno che è anche ovviamente la cifra delle opere nelle quali si mostra
il diverso rapporto con la morte intrattenuto in tutte le culture non
occidentali: come ad esempio in Shahre Khamooshan, (Una breve pace)
cortometraggio dell'iraniana Ata Hayati, in cui la morte del corpo è vissuta
come appunto qualcosa di tragico, inscindibile dalla vita, fonte di dolore ma
anche occasione per far continuare la vita dei vivi: il cimitero è un parco nel
quale si mangia si gioca, si amoreggia. E in nome di questo, prima di continuare
a godersi la vita, la visione del corpo mentre viene preparato per la sepoltura
non fa orrore, ma è anzi contemplata da dietro un apposito vetro.
E, tornando ai video raccolti nell'Omaggio a Kaganoff, nell'ultimo pezzo
del regista sudafricano una donna africana incinta si ferma davanti a moltissime
diverse chiese -recanti le insegne di tutte le più svariate confessioni
cristiane- come a supplicare che si lasci nascere libero il suo bambino, che il
suo futuro possa riattingere alle radici per aprire quel circolo di vero legame
con la vita che in qualsiasi chiesa viene arrestato. Poi, di nuovo a proposito
del divario tra il movimento interiore e quello che non porta da nessuna parte,
un'ultima immagine: la scomposta e rumorosa predica di un prete in contrasto con
l'immobilità del filosofo che scrive immerso in un silenzio surreale e
imperturbabile.
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C'è dunque un grande orizzonte che si traccia attraverso le varie opere e mette
in continuità la religione, la fede e una concezione panica, ma che procede
anche oltre arrivando alla magia: esibendo i modi, molto difformi, nei quali è
vissuta dalle diverse culture e dalle diverse persone la dimensione
dell'ineffabile.
E se c'è una magia che assomiglia a quel concetto di superstizione che
appunto coincide con tanta religione, ce n'è un'altra più vera, che si alimenta
nell'universale ricchezza dell'energia umana visibile in sfumatura nelle diverse
pratiche culturalmente determinate.
Come in Saworoide di Thunde Kelani - nigeriano, compreso nella sezione
retrospettiva sul fenomeno Nollywood - dove il rapporto tra il potere
e il diritto del popolo, la menzogna per il sopruso e la verità, la magia nera e
la fede, è interpretabile con la chiave che vede nel cuore il motore
dell'azione. E questa volta le leggi scritte coincidono con l'autenticità,
perché affondano le loro radici nella simbolicità di una leggenda posta a tutela
di un rapporto giusto tra il potere e il popolo: sono sentite nel profondo come
la cifra di un legame di fiducia. E invece la loro trasgressione da parte del
sovrano rappresenta la caduta in una dimensione di falsità e di menzogna. |
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E nel documentario Sorcière, la vie di Monique Mbeka Phoba
(Congo/Francia), ad un certo punto, la protagonista e narratrice, parlando del
padre e dei suoi comportamenti eccentrici per un occidentale -"era bianco e
colonizzatore, ma era anche il primo bianco a danzare in quel modo le danze
rituali africane"- si chiede se certi poteri appartengano davvero solo agli
africani o siano di chi li sappia trovare dentro al proprio cuore. E il fatto
che quel potere si esprima per esempio nella danza torna a rivelarci come sia
della stessa natura del potere di sentire e creare la bellezza.
E cosa c'è di più tragico dell'arte e tra le arti la danza e la musica?
Concetto molto chiaro, di nuovo, ne Il Cacciatore: dove il rapporto
panico con il tutto coincide con la bellezza, e la meraviglia che scaturisce dai
gesti degli uomini -perfetti come quelli degli animali- è già parente dell'arte.
Il cacciatore dice al ragazzino che definisce bella una ragazza: "non dire
sciocchezze! La vera bellezza non è una donna... la vera bellezza è una cosa
fugace, che si vede con la coda dell'occhio: come le montagne o il cielo..."
Dunque mentre la dimensione tragica del cuore che proprio attraverso il suo
essere medio tra spirito e corpo riporta all'unione ciò che è scisso -e che si è
scisso per l'influenza dell'occidente- riporta all'unità anche tutto ciò che è
della medesima natura: arte, bellezza, corpo anima, amore, sesso.
Molte sono le opere che hanno per soggetto forme d'arte: ritratti di ballerini,
musicisti, pittori -Dancing wizard, di Caroline Kamya; nella sua
originalità: Oscar,di Sergio Morkin; Brown di Kali Van der Merwe,
primo premio documentari africani... Ma quella che in modo più didascalico
tratta il tema della mediazione tra Oriente e Occidente è Zad Moultaka,
di Laila Kilani -che si è meritata una menzione speciale e, per inciso, non è
riuscita a venire in Italia per le ormai sempre più frequenti difficoltà di
ottenere il visto- che traduce quello stesso concetto in termini musicali.
Infatti, nell'elemento musicale del quarto di tono, il musicista
protagonista del documentario, riscopre la traccia inconscia delle sue radici,
dimenticata ma recuperabile -racconta di essersi messo a cantare senza
accorgersi, mentre faceva la barba, in quarto di tono, perché gli apparteneva e
soltanto lo aveva dimenticato. Quella piccola sfumatura trasversale, che
sviluppa la melodia in modo orizzontale, come continua a spiegare il musicista,
a differenza della musica occidentale che va in verticale, diventa il medio, il
ponte tra le due culture, e il ricomporsi di ciò che la tradizione della
scrittura musicale -ovvero quella occidentale: perché la musica araba non è mai
scritta- ha tralasciato creando una scissione dentro al suono. |
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E in U-Carmen eKhayelitsha, del sudafricano Mark Dornford-May, si può
cogliere quanto sia proprio attraverso la musica e il sentire l'ebbrezza della
musica che si stabilisce carnalmente -nella traduzione reincarnazione della
musica e dell'opera di Bizet nella lingua e nella cornice della township di
CapeTown: Kaietlitscscha- la possibilità della comunicazione. Che qui avvicina e
fonde Europa e Africa, Musica borghese e musica del ghetto: due prospettive
diverse per incontrare il dionisiaco che esplode ugualmente attraverso qualsiasi
musica piena di carne e sangue.
E proprio per la sua natura tragica l'arte è custode dell'unica verità
cui possiamo credere senza cadere nella superstizione.
È Whisky, degli uruguayani Juan Pablo Rebella e Pablo Stoll - secondo
premio della giuria ufficiale - ad offrirci una traduzione del tema fin qui
trattato, nei termini espliciti di una visione tragica della verità. Il film, a
dispetto delle sue tinte e atmosfere grigie e opprimenti, vorrebbe aprire a una
possibilità di riscatto dalla banalità del reale, dentro ad una dimensione di
verità tragica, appunto, che esiste sotto, o meglio dentro, la superficie
dell'apparenza. La squallida vita sempre uguale del piccolo produttore di calze,
costretto all'improvviso a fingersi felicemente sposato con quella che è solo la
sua eterna aiutante per non sfigurare davanti al fratello che viene a trovarlo,
non cambia in realtà. Tutto il grigiore rimane. Ma solo per lui. Certo per la
donna qualcosa è differente: lei è il personaggio meglio riuscito. Ed è un
personaggio tragico: gioca con la menzogna -si diverte a dire le parole
al contrario- è suscettibile alla bellezza e all'arte. E, in generale,
rappresenta proprio quella possibilità di far coincidere la finzione con la
verità più vera. Soltanto lei è capace di vivere galleggiando in superficie e
sentendo l'intensità di quella nuova condizione pur dentro alla fugacità del suo
carattere illusorio.
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Tragica verità che troviamo pure dentro alle immagini realissime del
documentario A love apart, della tedesca Bettina Haasen, dove la
preparazione ad un matrimonio con qualcuno che non si è scelto è seguita dalla
regista entrando con estrema delicatezza nell'orizzonte d'intimità della futura
sposa, le cui emozioni nel vivere la "recita" di quel rituale si percepiscono
intensissime e vere nonostante quell'assoluta mancanza di sentimento
d'amore. |
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E a noi ora, chi meglio dell'Africa e dell'Oriente tutto potrebbero ricordare
questa profonda verità, che ci appartiene come a tutti gli uomini, ma che
abbiamo troppo a lungo rinnegato e rimosso e di cui forse è davvero il momento
di tornare ad impossessarsi. Perché, se il cuore è l'organo adatto per sentire
il tragico, inevitabilmente ci si è raffreddato.
Così tornando al principio, il simbolo conclusivo di Mooladè può restare
appeso alla nostra cornice come un'icona ambigua, che risolve lasciando in
tensione, accettando il trascolorare tra le diverse dimensioni. Ricordandoci che
quell'identità porosa, miscuglio di abissali distanze, riflesso del
nostro mondo sull'Africa e l'Oriente, può fare da specchio ad un necessario modo
di essere che invece, ormai, siamo noi a dover imparare di nuovo dagli altri.
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tutti i
fotogrammi sono tratti dal sito ufficiale del festival:
www.festivalcinemaafricano.org |
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| marzo 05 |
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