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Come se |
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Amalia facciamo come se... |
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di Flavio Ruggieri
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Per evitare il traffico del
centro, tornando dal lavoro, prendo una strada secondaria. Rallento sulla
Statale, metto la freccia a sinistra, ingrano la seconda e, già mentre svolto,
guardo al marciapiede di fronte: quasi ogni giorno ci sono un paio di ragazze di colore
che si prostituiscono. A volte silenziose figure immobili dallo sguardo fisso, a
volte gesticolanti marionette, visibilmente alterate, che disperatamente mi
invitano a fermarmi.
Una botta e via, immagino, senza
parole, se non le necessarie del prima e forse un “ciao” dopo.
Nessuna perdita
di tempo: sotto la gonna non c’è biancheria da togliere. E’ un fast sex. |

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Non ho falsi pudori, non dico
“io mai”, ammetto di averci pensato un paio di volte, a fermarmi, anche se non
l’ho fatto. Alcune delle ragazze mi sembra ormai di conoscerle e quando svolto e non le vedo
cerco di immaginare dove siano, cosa facciano… Anche loro mi riconoscono ed a
volte mi fanno un cenno di saluto.
Percorro il tratto di strada che mi porta a
casa da mia moglie, ricordando…
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La signora Amalia abitava nella
casa vicino alla nostra. Fu una “pubblica moglie”, come disse De Andrè, per
quarant’anni almeno. Tra le sue braccia, hanno riso e pianto, oltre che passato
piacevoli e svagati momenti, almeno due generazioni. Prima i ragazzi che, tirati
giù dal trattore, sarebbero saliti sui carri armati e che l’avrebbero sognata,
insieme alla fidanzata, nelle notti della guerra, e poi i mariti dalle richieste
troppo audaci per la moglie vera.
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La camera da letto della nostra
casa di ringhiera (che all’epoca non era di moda), confinava con il “salotto”
dell’Amalia. Noi non avevamo il “salotto”, si entrava in casa e c’era una stanza
fredda, che non usavamo quasi mai, se non per attraversarla da una parte ed
arrivare in cucina, o dall’altra ed arrivare in camera da letto. Mi sono
accorto che in questa stanza, che i miei chiamavano “ca’ da là” (“casa di là”,
posto lontano, senza vita), c’era appeso un Cristo Redentore con il cuore in
mano, solo quando, già grande, l’ho staccato perché avremmo cambiato casa. Per
dire quanto distrattamente ci passassimo.
L’Amalia aveva il salotto, che
mio padre chiamava “sala d’aspètt” e diceva che “noi ghèm mia d’abisogn”, con un
leggero sorriso.
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L’Amalia era florida, la pelle
bianca e tesa sulle braccia, i seni grossi e le caviglie sottili. Mi passava
accanto mentre giocavo sulle scale e… profumava! Anche mia madre profumava ma
l’odore era diverso. La casa era silenziosa di mattina e dicevano che lei
dormisse fino a tardi, e spesso sentivo ripetere il vecchio adagio secondo il
quale “ la brava sposina lo fa di mattina, quella così così lo fa verso mezzodì
e la poco di buono lo fa di pomeriggio”. “Il letto”. Si lasciava una pausa di
sottintesi tra la prima e la seconda parte del proverbio.
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A volte l’Amalia si sedeva sul
ballatoio con delle verdure tagliate a fettine sulla faccia, zucchine forse ma
non sono sicuro, certo che era uno spettacolo.
I miei erano sempre vaghi sul
conto dell’Amalia, sempre più vaghi man mano che io e mio fratello crescevamo.
“Mamma, la signora Amalia non ha
il marito?”, dovevamo passare davanti a casa sua per scendere le scale, io
trascinato per mano da mia madre, a sette otto anni, che non riuscivo a staccare
gli occhi dalle finestre con le tende spesse. “No”. “Perché?”. “Perché no.
Finiscila”. “Non ha paura a stare a casa da sola?”. “No”.
Beh- pensavo- con le
braccia che ha!
Mio padre era più loquace ma non
certo più chiaro “se naasi un’altra volta, naasi dòna e fò me l’Amalia”. Nascere
un’altra volta e fare come l’Amalia. E cioè? Non si sarebbe sposato?
Non erano tempi in cui i bambini
potessero importunare i genitori con continue domande, bisognava affinare i
sensi e giocare d’astuzia, guardare ai più grandi e chiedere agli amici. |
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Mio fratello ha quattro anni più
di me, quasi all’improvviso aveva cominciato a parlare come mio padre. “Ehhh,
l’Amalia, l’ha g’ha paura che vaga ‘nsoi…”. Perché l’Amalia aveva paura che non
andasse nessuno?
Lo guardavo a tavola, non gli
penzolavano più le gambe sotto la sedia, aveva una peluria schifosa sul labbro
superiore,
che però gli invidiavo tanto e stava sempre a maneggiarsi nelle mutande, anche
se prendeva certi scappellotti da mia madre da fargli alzare tutti i capelli.
Io giocavo ancora, soprattutto
con i tappi in cortile. Corse ciclistiche memorabili con i tappi della
Sampellegrino. Verso le sei del pomeriggio d’estate, prima uno e poi l’altro,
un paio di solitari signori, venivano a bussare alla porta dell’Amalia. |
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Praticamente li ho visti
invecchiare strofinandosi i piedi sullo zerbino prima di entrare, settimana dopo
settimana e mentre mi salutavano cordiali incrociandomi, andandosene.
“Arrivederci” dicevo io, che
allora pensavo che l’Amalia vendesse i prodotti del suo orto e le uova.
E infatti ci si rivedeva.
Un’istituzione meritoria
l’Amalia. Si prostituiva in senso etimologico: “stava al posto di”, un “come se”
perfetto. "Dimmi amore” suppongo abbiano chiesto, e non solo “vòltati”.
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L’Amalia volendo far sciarade,
ammaliava: il suo era il monumento alla finzione cui si vuol credere, la verità
del bisogno che abbiamo che qualcuno ci faccia finta, almeno mezz’ora…
Mia madre non si truccava, se
non leggermente nei giorni di festa ed aveva due gioielli: una collana di perle
ed una spilla d’oro, solo molto più tardi, quando potemmo regalargliene noi
figli, ebbe un orologio in argento e un anello per il venticinquesimo di
matrimonio.
L’Amalia si truccava sempre e
portava tanti gioielli che su di lei splendevano. Era gentile e sorridente, mi
carezzava le testa passando in cortile e mi diceva “ciao maschietto” ed io non
mi accorgevo neppure che forse fumava troppo e la cipria cominciava a segnare
gli angoli degli occhi. Mio fratello, sempre cifrato “t’la do mi al maschietto”…
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Non ricordo come fu che capii
esattamente cosa facesse l’Amalia dietro le tende spesse. Di fatto continuammo
il nostro “come se” vendesse prodotti dell’orto e uova, finché cambiammo casa.
Negli anni settanta tornavo a
casa sporadicamente, molto preso dal fervore di quegli anni. Mia madre mi
guardava distante, mio padre mi chiamava “ruscàn”, riccio, ma anche “perdabàl”,
l’Amalia mi sorrideva. Lei che non si stupiva di nulla. Mi è sempre piaciuto
pensare che la sua fosse stata un’antesignana scelta di libertà. Allora lei
vedeva i vecchi clienti soprattutto in amicizia, era ormai una distinta signora.
Invecchiò bene l’Amalia, riceveva le amiche il pomeriggio per una ciliegia sotto
spirito ed una partita a carte…
Lo spiazzo coi sorrisi tristi è
un terreno sterile e muto, passo e vedo il pelo, senza neppure pagare.
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| febbraio 05 |
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