Come se    
  All'altro capo  
                                                                                     di   P.  
   

 

Mi sono sentita male a scuola, il ciclo credo o comunque a mia madre dico così, forse invece è quello che fumiamo o forse la tristezza con cui lo facciamo, che ci fa male.
Dei crampi alla pancia ed alle mani, la fronte fredda e sudata, le gambe che tremavano. Sono andata in bagno a buttare acqua fredda sulla faccia. Mi sono chinata sul lavandino e quando mi sono alzata lo specchio mi ha mostrato la faccia con due segni neri sotto gli occhi, delle chiazze rosse sulla fronte e le labbra pallide. Il prof di chimica si è offerto di portarmi a casa.
Ho detto ok, ho preso lo zaino, con tutta la classe che guardava e sono uscita con lui.
L'aria fredda fuori mi ha fatto rabbrividire e lui mi ha messo il braccio attorno alle spalle. Avrei voluto stare lì così immobile per sempre, a sentire la sua mano calda che mi massaggiava il braccio. Ci siamo guardati e io mi dicevo non è possibile questo tizio è più vecchio di mio padre, non va bene, ma intanto sentivo caldo dentro, sentivo che forse non avevo aspettato altro che questo.
 

   
   

Siamo saliti in macchina e lui ha messo un cd dei Velvet.
“Ti piace?”.
Non avevo coraggio di guardarlo, sia per le macchie sulla faccia, sia perché temevo che sentisse l’odore della nausea, come lo sentivo io.
“Ti piace?” …
“Eh?”…
”Stai ancora male?”.
No, non vorrei essere da un’altra parte per nessun motivo al mondo, hai le mani più belle che abbia mai visto e un buon odore.
“Si, abbastanza, mi spiace darle disturbo”.
“Nessun disturbo. Hai qualcuno a casa? Vuoi che tolga la musica?”.
Però mi guarda e ogni tanto sorride tra sé, si vede che è abituato ad essere adorato. Lo stomaco sembra chiuso in una scatola troppo piccola ed a tratti minaccia di forzarla e di dilagare verso la gola. Mi concentro sul cruscotto, polveroso, in disordine, con cenere sparsa. Quanti anni può avere? Quaranta? E adesso che fa? Si sta allungando verso di me, non mi ero accorta che fossimo fermi al semaforo.
Si è praticamente sdraiato su di me per afferrare la cintura e mettermela, quando sposta il peso del suo corpo e si rialza sento freddo alla pancia. L’ha fatto davvero?

   
   

“Si…scusi…di solito la metto…”. Devo essere viola, la faccia mi scotta.
Michela cosa farebbe? Probabilmente una delle sue battute fulminanti e riuscirebbe anche a portarselo a casa… No! A casa no! Devono esserci ancora le tazze sul tavolo, i letti disfatti perché mia madre non fa in tempo al mattino e poi nel soggiorno ci sono le mie foto da piccola e quell’insopportabile odore di minestra.
“Mi può lasciare all’angolo?” Perché l’ho detto?
“Si dove vuoi”
“All’angolo”
 

   
   

Accosta l’auto e scende per aprire la portiera. Scendo trascinandomi dietro lo zaino. Mentre metto il piede fuori, mi guardo: gli anfibi sono tutti graffiati sul davanti e i fili dei jeans ci cadono sopra, l’orlo del cappotto è tutto nero a furia di strusciare e le mani non hanno una pellicina sana.
“Allora ciao e riguardati. Spero di vederti in forma domani”.
Non riesco a parlare, lo guardo soltanto e faccio un gesto con la mano, come a dire “sicuro!”
Mentre lo vedo andare via penso che non sarò mai pronta, mai bella abbastanza, mai con i vestiti giusti e le mani in ordine, mai con la battuta pronta o quel modo di sorridere che ti permette di non dire niente.
Devo fare un bel pezzo, mi sono fatta lasciare all’altro capo della città.
 

   
     
   
...tracce...  

   
marzo 2005